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11/Mar/17

‘Emergenza educativa e corresponsabilità dei laici’ all’ISTEP

Nell’ambito della programmazione annuale da parte dell’Istituto Superiore Teologico e Pastorale ‘San Giovanni XXIII’ di Gioia Tauro si è tenuto, lunedì 6 marzo, un convegno che ha avuto come tematica: ìl’Emergenza educativa. La corresponsabilità dei fedeli laici nei vari ambiti della pastorale’. A relazionare sulla traccia mons. Rocco Scaturchio, Rettore del Pontificio Seminario Regionale di Catanzaro, che ha inaugurato con questo primo incontro l’iniziativa ‘Chiesa Pellegrina’ voluta da mons. Francesco Milito, vescovo della diocesi di Oppido Mamertina – Palmi, in vista di un approfondimento di alcuni documenti ecclesiali di particolare importanza.

Dopo i saluti, l’introduzione del tema è stata di don Domenico Caruso, direttore dell’I.S.T.e P.,  che ha sottolineato «l’importanza della famiglia e delle altre agenzie educative per una vera ed autentica educazione ‘del cuore’, come ricordava don Bosco, e la necessità che il Concilio Vaticano II venga attuato attraverso una proficua collaborazione tra laici e pastori di anime, ciascuno secondo la propria condizione per l’annuncio gioioso della Buona Notizia».

Da subito, mons. Scaturchio ha ricordato che i due aspetti dell’incontro, seppur apparentemente distinti, hanno una stretta correlazione.

 

Sull’emergenza educativa, il Rettore del San Pio X, ha ripreso l’intervento dell’allora cardinale di Bologna Caffarra che ha acceso la tematica, undici anni fa, parlando proprio di emergenza educativa. La domanda chiave fu perché i ragazzi abbandonano la Chiesa dopo la cresima. La risposta fu ricercata nella difficoltà della trasmissione della fede, della comunicazione dei valori cristiani, le cui cause potevano risiedere nell’educazione familiare che non alimentava la formazione dei figli allo spirito cristiano e nell’ambito scolastico nella fatica degli insegnanti a trasmettere non solo le nozioni culturali ma quella base umana, antropologica, che consente al ragazzo uno sviluppo integrale.

Benedetto XVI il 21 gennaio 2008 scrisse in merito una lettera alla diocesi di Roma Sul compito urgente dell’educazione, facendo comprendere come questo problema fosse da affrontare in modo globale: «non c’è più nessun settore della vita sociale e quindi anche della vita ecclesiale che sfugga a questa problematica, a questa difficoltà». Educare non è mai stato facile, ma risulta sempre più difficile nell’epoca odierna. Mons. Scaturchio ha messo in evidenza come dall’analisi del papa emerga chiaramente che il problema educativo si annidi sulla mancanza di supporto dei valori rispetto alle conoscenze tecniche e sulla latitanza di padri e di maestri.

In particolare, i genitori, forse anche a causa delle difficoltà educative, hanno lasciato ampio spazio ai ‘tecnici’ della formazione, i quali, in verità, non hanno a cuore l’educazione ma i processi di crescita del minore, il suo benessere o la sua salute o la sua capacità di inserirsi nel rapporto sociale.

La preoccupazione di Benedetto XVI risiede nel fatto che oggi la società fa dell’uomo un uomo tecnologico non aperto alla trascendenza. L’uomo tecnico mette al centro l’Io facendo di se stesso l’Assoluto, sfaldando le relazioni interpersonali che non si basano più sugli aspetti morali e sui princìpi. Non ci si preoccupa più della crescita integrale o dell’affettività della persona e, non essendo la crescita sociale accompagnata da una crescita dei valori, viene meno il senso della trascendenza.

Ciò è stato rimarcato anche dal cardinale Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, che parla di una differenza tra insegnamento tecnico ed educazione da cui dipende anche la frattura tra le generazioni. Un’efficace educazione integrale incontra diverse difficoltà: l’ambiente familiare spesso instabile, i mezzi di comunicazione che oggi costituiscono l’agenzia eminente dell’educazione e una deriva relativista riguardo i principi morali. L’educazione deve interessare quattro dimensioni: la dimensione umana, spirituale, intellettuale e professionale.

A conclusione della trattazione della prima tematica, mons. Scaturchio ha rispreso una sollecitazione di Papa Benedetto XVI: «In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita». Fu quest’ultima espressione a suscitare la decisione dei vescovi a scrivere gli orientamenti pastorali per il decennio 2010/2020 ‘Educare alla vita buona del Vangelo’, in cui vengono enucleate le problematiche riguardanti l’educazione e in particolare: «l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività».

Il Rettore del San Pio X,  ha poi introdotto l’altro aspetto del convegno sulla corresponsabilità dei laici, menzionando il n. 5 degli stessi orientamenti pastorali: «tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente. Ciò comporta la specifica responsabilità di educare al gusto dell’autentica bellezza della vita nell’orizzonte proprio della fede. Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità».

Il punto di legame tra l’emergenza educativa e la corresponsabilità dei laici sta nel fatto che anche in campo religioso e pastorale si può parlare di una emergenza educativa, in due sensi: la mancata trasmissione di valori da una parte e la mancanza di educazione di se stessi dall’altra. Spesso dimentichiamo che i primi destinatari di educazione dobbiamo essere noi stessi, e come si esercita questa educazione? Per gli adulti non come una trasmissione di valori, propria invece dell’età giovanile, ma attraverso la vita vissuta, attraverso l’esercizio dei doni ricevuti. La corresponsabilità sta nel coniugare il servizio dei chierici e il servizio dei laici: tutti e due corresponsabili con servizi diversi. S. Agostino diceva: «Con voi sono cristiano e per voi sono vescovo».  E questo vuol dire che noi camminiamo tutti insieme verso il Regno, come Popolo di Dio depositario di questo dono, come Tempio dello Spirito e membra del Corpo di Cristo, agendo nella vita della Chiesa come promozione per la società, preoccupandoci di educare tutti, a tutti i livelli, sapendo che la forza ci viene dalla Bibbia, dalla Tradizione e dal Magistero. L’Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Il grande peccato della società di oggi è la mancanza della speranza. Mentre la speranza umana è il desiderio di avere qualcosa che non si ha, la speranza cristiana spera di non perdere ciò che già ha. Per avere questa speranza ci vuole l’altra virtù, la fede,  «fondamento delle cose che si sperano e certezza di quelle che non si vedono» (Ebrei 11,1). Coniugando questi due ambiti abbiamo il nucleo della formazione: far emergere ciò che non si vede, cioè quello che già si ha.

Sabrina Mazzeo


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