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In presenza del Vescovo il Convegno di chiusura dell’Anno Catechistico 2012/2013

       Dopo la preghiera iniziale presieduta da S. Ecc. Mons. F. Milito, la prof.ssa Graziella Carbone, Segretaria dell’Ufficio Catechistico, alla presenza di numerosi catechisti, provenienti da tutte le Vicarie della Diocesi e accolti dai membri dell’equipe Clementina Alessi e Lidia Rodinò Toscano, ha introdotto il Convegno di chiusura dell’anno catechistico 2012/2013. Carmen Maria Manno, membro dell’équipe, incaricata da Don Cosimo Furfaro, Direttore dell’Ufficio Catechistico, assente perché ad Assisi al convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani, ha letto il suo messaggio di saluto indirizzato a Sua Ecc.za Mons. F. Milito e all’esimio relatore Mons. Dario Viganò, Direttore del Centro televisivo Vaticano, che ha presentato la sua relazione sul tema: ‘Come comunicare la fede oggi’, proprio in relazione con il tema del Convegno Nazionale: ‘Porta Fidei – Parrocchia e famiglia che iniziano alla fede’: per una pastorale pre/post battesimale e delle ‘prime età’.

     Mons. Dario Viganò ha presentato la sua relazione suddividendola in due parti: nella prima ha fatto un excursus storico per evidenziare come il rapporto tra fede e cultura a partire dagli anni ’60 – ’70 è cambiato fino ad arrivare ad un netto divorzio. Il relatore ha sottolineato come già la costruzione dei centri abitati in passato era effettuata in maniera tale che nella piazza centrale c’era la chiesa e quasi sempre di fronte il Palazzo del Governo. Così nel passato fede, governo e cultura andavano di pari passo. Questo per dare la giusta connotazione alla Parrocchia che già da allora era riconosciuta come il punto centrale da dove impartire i contenuti di fede. Oggi questa centralità si è persa. Quella identità di un popolo, riconosciuta nello stesso Patrono che veniva venerato con fede non c’è più, rimane una festività che ha assunto le sembianze di una festa popolare di paese.

     La società cristiana in un mondo che si è completamente laicizzato ha finito per compromettersi perdendo quel riconoscimento nel culto che prima la caratterizzava. Parlare dell’Italia come stato cattolico è assolutamente errato, ha ribadito Mons. Viganò, questa connotazione è una forma nostalgica di una società decaduta.  Infatti tra il 1965-1966 e il decennio successivo, la concezione nazionale della decenza subisce uno smottamento clamoroso: fino a metà degli anni settanta, il nostro paese era, riguardo alla morale sessuale e al condannare l’osceno, uno dei più restrittivi tra i paesi industrializzati, cinque anni dopo era divenuto uno dei più permissivi dell’intero pianeta. Ancora nel ’74 quando gli  italiani furono chiamati ad esprimersi sul divorzio l’iniziativa referendaria promossa dagli ambienti cattolici portò come esito che il 60 % degli elettori votò contro l’abrogazione della legge e soli quattro anno dopo venne approvata la legge n. 194 sulla depenalizzazione dell’aborto.

     Cosa fare dunque? Mons. Viganò ha risposto a questo quesito evidenziando che il progresso deve essere trattato come un ‘working in progress’, dove è fondamentale intravedere e studiare qual è il metodo adatto attraverso il discernimento.  La Chiesa deve attivare una rinnovata capacità di progettazione pastorale per far emergere una nuova mentalità e un nuovo stile. Va da sé che non sono gli insegnamenti della Chiesa che vanno cambiati, perché questi ultimi si basano sulla Verità che ci è stata trasmessa dallo Spirito Santo per opera di Dio e sono dunque infallibili, ciò che va fatto è effettuare una revisione teologica del nostro operare, in una società tecnologicamente avanzata. Così se prima nel tempo libero si approfittava per fare una passeggiata fuori porta, ora nel cosiddetto tempo libero si approfitta per navigare su internet. Bisogna imparare a parlare la lingua di quest’epoca, mantenendosi fedelmente fermi sulla Verità.

     E’ indispensabile, dunque, abitare i media da cristiani ed elaborare sfide educative per gli adolescenti di oggi, nativi digitali, chiedendosi: in che modo i nostri giovanissimi integrano l’espressione digitale della loro identità nell’ambito della vita affettiva, della tradizione, del lavoro, della festa, della fragilità umana e della cittadinanza? Come risponde la società odierna a questa sfida? La risposta è: creando spazi e forme di socializzazione animati dal desiderio. Così se le persone non trovano ciò che desiderano si accontentano di desiderare ciò che trovano. Bisogna dunque mirare ad accendere il desiderio delle cose buone. La progettazione ideale, quella di un anno pastorale basata solo due parabole da analizzare dettagliatamente in tutti i loro aspetti, potrebbe essere la carta vincente.

      Dopo l’intervallo nella seconda parte Mons. Viganò ha evidenziato come sin dalla notte dei tempi il cinema si è interessato di tematiche prettamente religiose, narrando episodi biblici per poi trattare particolarmente la vita di preti, suore, vescovi, papi e santi. Per molti, di fatti, la Bibbia prima di essere un libro è un film, ovviamente bisognerebbe essere consapevoli che non è uno qualsiasi, ma è di grande valore perché contiene ‘la Parola di Dio’. 

     Anche nella storia della televisione si possono analizzare diverse epoche. Negli anni dal ’54 al ’76 si ha una stagione di fiction a carattere prettamente religioso, negli anni ’80 con l’avvento della neotelevisione di tipo commerciale l’interesse verso il sacro scende molto per poi risalire e diventare bulimico tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo millennio. Non solo in sceneggiati prevale la figura di preti e suore in ogni situazione della vita e di ogni genere, ma anche negli spot e negli slogan pubblicitari.

     Oltre agli argomenti di tipo prettamente religioso, anche il tema della famiglia è stato da sempre un cavallo di battaglia dei media. Si è passati dagli eroismi di famiglie che si trovano ad affrontare la povertà causata dal pesante lascito della guerra (anni 45-50) alle situazioni critiche familiari del nuovo millennio con genitori in crisi, separazioni difficili, liti coniugali e figli in fuga. Tutto ciò attira ormai l’interesse di un’audience formata principalmente da genitori incapaci che non sanno affrontare i propri figli e seguirli nella fase della loro crescita adolescenziale difficile e delicata, perché essi stessi infantili, immaturi e irresponsabili. Nasce così l’esigenza di una sfida educativa più seria matura e responsabile. A chi rivolgersi se non alla scuola e alla parrocchia? Questi sono i luoghi, dove ancora, nonostante il progresso stia inesorabilmente proseguendo la sua corsa sfrenata verso una tecnologia sempre più avanzata e un’immoralità sempre più dilagante che cambia l’uomo e la sua coscienza, la sfida educativa riesce a farsi sentire e formare l’uomo e la sua coscienza verso le cose buone della vita. E’ necessario e indispensabile in questi luoghi formare una coscienza politica pulita, dove fare emergere l’umiltà, nelle contraddizioni del nostro tempo. La fede cristiana, oggi più che mai, è chiamata a diventare scelta per accogliere il messaggio di VERITA’ di Cristo Gesù per trasformarlo in libertà e responsabilità.

     Per raggiungere questa dimensione l’uomo deve incontrare personalmente Dio per vivere la vita come dono pieno dello Spirito.

     Dopo un ampio dibattito scaturito dalle due interessanti relazioni, Sua Ecc. Mons. Francesco Milito ha chiuso il convegno sottolineando l’importanza di essere credibili nella testimonianza di un operare con una coscienza morale retta che parta innanzitutto dal concetto trinitario: Padre, Figlio e Spirito Santo. Bisogna dunque cogliere la sfida di una Nuova Evangelizzazione individuando i cosiddetti ‘nervi scoperti’, per diventare una Diocesi di missione, a partire proprio da chi vuole mettersi in gioco. Se ci sono figli digitali, allora anche i catechisti devono diventare digitali, per trasmettere adeguatamente alle nuove generazioni il messaggio di Cristo affinché  il Vangelo possa trasformarsi in vita.  E perché si arrivi sia alla Nuova Evangelizzazione che ad una formazione politica più corretta sarà indispensabile operare nella carità.

Carmen Maria Manno


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