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01/Nov/13

Il vescovo e 70 sacerdoti in visita al carcere Il “ponte” di Palmi

   Un “ponte” tra carcere e comunità cristiana. E farlo fisicamente, andando oltre quelle altissime mura. Lo hanno fatto ieri il vescovo di Oppido-Palmi, Francesco Milito, e una settantina di parroci della diocesi. Tutti insieme nella casa circondariale di Palmi, carcere storico ma anche attualissimo. Venne, infatti, creato nel 1979 dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora responsabile per le carceri, soprattutto per ospitare i terroristi. Ma poi nel tempo è diventato il carcere dei mafiosi. Tre sezioni di massima sicurezza, una di media, una capienza di 120 detenuti, ma ne ospita circa 300, come spiega il cappellano, don Silvio Mesiti, qui da 40 anni, praticamente dalla sua apertura. Carcere complesso, anche perché i detenuti sono in gran parte in attesa di giudizio e, quindi, problematici per recupero e reinserimento. Una bella sfida, dunque, quella che la diocesi ha deciso di accettare. 

   «Siamo venuti qui a scuola dagli operatori del carcere», ha sottolineato monsignor Milito, spiegando che nel prossimo anno diocesano della Carità «la questione carcere sarà tenuta viva costantemente». L’incontro «è l’inizio di un rapporto che permetta alla diocesi di prendere di petto questa realtà nel campo pastorale». «Fare un ponte col mondo esterno», dunque, come ha sottolineato anche il direttore Romolo Pani (erano presenti il comandante della polizia penitenziaria, il capo del’area educativa e il magistrato di sorveglianza), affermando che «questo è uno degli obiettivi dell’amministrazione penitenziaria, per preparare i detenuti al loro reinserimento». 

   Soprattutto per un carcere, come quello di Palmi, che al territorio è legato per le presenze di molti detenuti provenienti dai paesi della diocesi. Per questo, spiega ancora il vescovo, le parrocchie sono state invitate a lavorare «facendo scoprire del carcere tutte le sfaccettature, dai detenuti ai loro familiari». Una riflessione che fanno anche alcuni parroci. «Il carcere nonostante sia a due passi da noi, è sempre stato un luogo misterioso, eppure ospita tanti dei nostri – dice don Nino, parroco di Drosi ‘. Ognuno di noi parroci ha qualcuno lì dentro. È stata una forte esperienza: pregare nella cappella dove pregano loro, camminare nei corridoi dove camminano, entrare nel loro vissuto». Ma poi, aggiunge, «dobbiamo sempre ricordare che noi viviamo ogni giorno con le loro famiglie: il loro mondo lo abbiamo noi, non il carcere. Per questo il dialogo col carcere è necessario». 

   Ne è convinto anche don Pino, parroco di Polistena. «Dobbiamo impegnarci soprattutto col carcere che abbiamo nel nostro territorio. Io ho più di 50 detenuti tra i miei parrocchiani e quindi devo impegnarmi di più coi familiari. Oltre che andare dai carcerati dobbiamo andare da loro. Come Chiesa non lo abbiamo sempre fatto, e lo dico con rammarico». Ora vescovo, parroci e operatori del carcere lanciano «un appello al territorio per una vera condivisione con chi pur privato della libertà deve mantenere la propria dignità», come sottolinea don Pasquale, parroco di Gioia Tauro. «La nostra vuole essere una Chiesa che guarda con carità a questo mondo».  Lo ha ripetuto proprio il Papa nel recente incontro coi cappellani, ricordato da don Silvio.

 
 
   «Ci ha detto “dite ai carcerati che il Papa è vicino a loro e Gesù Cristo entra nelle celle di ognuno”. Il carcere – aggiunge il cappellano di Palmi – non deve essere un’isola e interroga i sacerdoti sul fronte della prevenzione e del reinserimento». Il ponte ora è gettato, il lavoro è solo all’inizio. E dopo l’incontro con gli operatori ci sarà prossimamente uno con i detenuti. «È come se finalmente due desideri si incontrassero – riflette ancora don Nino ‘. Pensavamo che tra i nostri mondi ci fosse un muro e invece non c’era». Un impegno che il vescovo e i parroci hanno poi posto nella cappella del carcere davanti a Cristo, in un’intensa e inusuale adorazione eucaristica. «Un’impressione molto forte – commenta un parroco ‘. Mi sono girato verso un confratello e gli ho detto: “È la prima volta che mi inginocchio davanti a Gesù in carcere”».

Antonio Maria Mira
(estratto da: AVVENIRE del 1 novembre 2013, p. 12)
 
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