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Catechesi del Vescovo – Quaresima 2014

      La sera di Giovedì 27 marzo S.E. Mons Francesco Milito, Vescovo della nostra Diocesi, ha tenuto nel salone dell’Auditorium “Famiglia di Nazareth” di Rizziconi la quarta catechesi quaresimale prevista per il Vicariato di Gioia Tauro-Rosarno nell’incontro che ha visto coinvolte le tre Parrocchie del comune di Rizziconi, la parrocchia San Teodoro Martire di Rizziconi, la parrocchia San Martino Vescovo di Drosi e la parrocchia Santa Teresa di Gesù Bambino di Cannavà. Il tema della catechesi è stato quello delle due opere di misericordia corporali, visitare i carcerati, seppellire i morti, anche se per il protrarsi della riflessione e degli interventi, S. E. ha potuto toccare solo il primo.

     Numerosissimi i fedeli accorsi per  ascoltare la voce del loro Pastore con evidente soddisfazione del Vescovo e dei parroci delle tre parrocchie, don Benedetto Ciardullo, don Nino Larocca, don Peppino Tripodi, che si erano adoperati per sensibilizzare i propri fedeli.

     S.E. ha fatto presente come già dall’anno scorso aveva iniziato ad organizzare gli incontri di catechesi nelle Vicarie della Diocesi, perché di catechesi e accompagnamento esperienziale c’è bisogno in tutte le età della vita del cristiano, soprattutto per capire come il Signore agisce con l’illuminazione della mente e del cuore nella vita di ciascuno, anche perché se mancano i fondamenti seri, ci si allontana dalla Chiesa e si passa da una religione all’altra.

     Prima di introdurre il tema il Vescovo ha evidenziato che l’anno scorso durante l’avvento in preparazione al Natale, tempo in cui l’umanità dell’uomo viene esaltata dalla stessa umanità di Dio, aveva trattato per iVicariati di Oppido-Taurianova  e di Palmi le quattro Virtù Cardinali e poi in preparazione alla Quaresima, tempo in cui siamo chiamati a riscoprire la dimensione battesimale, i sette vizi capitali, mentre quest’anno a Natale, tempo in cui Dio-carità si dona, aveva trattato le tre Virtù Teologali per il Vicariato di Gioia Tauro-Rosarno e Polistena  e in questa quaresima per gli stessi Vicariati sta trattando le sette opere di misericordia corporale in corrispondenza con il programma del nuovo anno pastorale incentrato sulla carità, con il richiamo all’icona del giudizio universale che ci ricorda che alla fine del cammino verremo giudicati sul se siamo stati attenti o non attenti ai bisogni dei fratelli, perché l’amore è a fondamento di tutto e se manca l’amore di Dio, si diventa schizofrenici, “bipolari” come ci ricorda san Giovanni affermando che non posso amare Dio che non vedo se non amo il fratello che vedo.

      Nel ricordare che a partire da dicembre eravamo invitati ogni mese  alla pratica di un’opera di misericordia corporale, non trascurando le altre, entrando nel tema dell’opera di misericordia riferita ai carcerati il Vescovo ha invitato i presenti a rispondere alle seguenti domande: 1) Sto praticando, mese per mese, le opere indicate? 2) Con quali forme, con quali frutti? 3) Nel nostro tempo, nel nostro ambiente, quali sono i nuovi modi ispirati dalle opere di misericordia corporale? E se è chiaro che è molto difficile visitare i carcerati, se uno non ha nessuno in carcere o se desidera farlo personalmente, anche se esistono forme di volontariato che coinvolgono i carcerati, ad esempio incontri biblici e di catechesi ad opera di volontari della Diocesi, il Vescovo ha domandato ai presenti “C’è una forma oggi in cui posso mettere in pratica quest’opera di misericordia corporale?”, invitandoli  a intervenire per esporre il proprio pensiero a tal proposito. Diverse e profonde le riflessioni dei presenti  che hanno fatto riferimento alle situazioni in cui una persona potrebbe sentirsi carcerata: propri limiti, povertà materiali e interiori, paura di vivere, egoismo, peccati, chiusura del cuore a Dio, alla Chiesa, incapacità a camminare nella luce, giovani che praticano riti satanici, famiglie dei carcerati.

     S.E. riprendendo il discorso ha fatto alcune sottolineature. Prima di tutto, ha rilevato che occorre recuperare i carcerati e le loro famiglia. Nel nostro ambiente conosciamo le famiglie dei carcerati, domandiamoci se siamo andati a trovarle o abbiamo avuto nei loro confronti solo parole di commiserazione e perciò l’invito ad avere questo coraggio, questa sensibilità nei confronti di queste persone da cui spesso siamo separati come da un muro di recinzione e per questo cercare di attivare nei loro confronti atteggiamenti di vicinanza, avere la delicatezza dei rapporti come Gesù che sul suo cammino non ha allontanato da sé nessuna categoria di persone, pensiamo ai lebbrosi, anzi egli è andato a incontrare le persone nella loro tragiche situazioni. E quindi  nei confronti dei carcerati, se possiamo, prendiamo quest’opera alla lettera, pensando che nel carcere non si va in villeggiatura perché in quel luogo si vive la negazione dell’uomo, si viene catechizzati al male, si è privati degli affetti, si vive come nell’inferno.

     Il Vescovo proseguendo nella riflessione ha rilevato come queste stesse considerazioni si possono applicare alle situazioni in cui uno è privo della libertà di fondo, perché quando non sei con Dio, non sei libero, sei schiavo. “Se Dio è libertà – ha detto il Vescovo – l’antidio è la schiavitù. Tutto ciò che ci impedisce di essere in Dio, limita la nostra libertà. E se uno riflette si rende conto di quanti peccati e limiti è piena la nostra vita”. Occorre, per questo, prima di tutti  applicare quest’opera di misericordia a noi stessi perché se io sono in carcere come posso liberare gli altri? E’ necessaria, quindi, una profonda conversione del cuore in ciascuno di noi. E poi porsi in atteggiamento di aiuto nei confronti delle persone senza Dio. E i modi e i comportamenti devono essere un richiamo alla delicatezza dei rapporti per aiutare le persone a capire quali sono le realtà che li rendono schiavi.

     L’invito a questo punto a praticare quest’opera di misericordia corporale facendo visita e aiutando le persone a uscire dalla loro schiavitù, perché quando rendiamo la libertà agli altri, li facciamo ritornare allo stato originario: “La nostalgia della libertà perduta – ha affermato il Vescovo – deve diventare desiderio di riconquistarla per sé e per gli altri”.

     Avviandosi alla conclusione S.E. ha evidenziato come questa opera sia di un’attualità più di quanto ci immaginiamo, invitando i presenti a fare un’esame di coscienza per vedere quali sono le nostre schiavitù per riuscire a vivere la Chiesa in ciò che ci chiede: vivere nella libertà che solo l’amore ci dà, perché nell’amore di Dio respiriamo nel modo più umano possibile. I fedeli, per questo, sono chiamati a un vero ministero di liberazione, perché nelle nostre zone accanto alle cose belle piantate dal Signore, anche il demonio ha messo le sue tende, pensiamo al fenomeno ‘ndranghitistico’, perché se noi non siamo liberi da certe realtà, saremo sicuramente condizionate da esse. E accanto alle preghiere rivolte a Dio, ci sono anche le preghiere rivolte allo spirito del male, e nei nostri paesi pratiche di magia, di riti satanici. Per vincere questo male occorre guardare con occhio e desiderio di bene, aiutando anche i sacerdoti a conoscere le situazioni, ricordandoci che Dio in Gesù è venuto a liberare l’uomo dal male. E la Pasqua è questo: liberazione dalla morte fisica e dalla schiavitù del peccato.

     L’invito finale del Vescovo “Fate queste cose nel nome di Gesù e a Gesù. Pratichiamo quest’opera di misericordia corporale perché la gioia pasquale è la gioia di chi è liberato ed è risorto a nuova vita”.

 

Diac. Cecè Caruso


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