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10/Giu/14

Il Vescovo incontra i detenuti del carcere di Palmi

         «Ero in carcere e mi avete visitato». Monsignor Francesco Milito, Vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi porta una nuova prospettiva nella casa circondariale di Palmi, che va al di là di una visita di rito.
          Lunedì mattina, 9 giugno, il Vescovo e alcuni sacerdoti della Diocesi, varcano la soglia della casa di detenzione per capire dall’interno cosa significa stare in una cella, paragonata ad «una lattina di tonno all’olio» e per chiedere a sessanta detenuti di alta sicurezza cosa la Chiesa potrebbe fare per loro. L’incontro, non è un convegno, malgrado le posizioni degli ospiti dietro il tavolo, ma una sorta di dialogo tra il Direttore del carcere Romolo Pani, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza Vincenzo Pedone, i presbiteri, i carcerati ed il Vescovo. Quest’ultimo fa capire ai detenuti che non sono soli, «ci sono dei sacerdoti, alleati del bene, che desiderano uscire con le carceri dentro di loro». Monsignor Milito domanda agli stessi: «Cosa chiedete alla Chiesa? Cosa la Chiesa poteva fare e non ha fatto?». Prima di ascoltarli, lo stesso parla di rispetto per la persona che ha sbagliato e di rispetto per la vittima, esprime il desiderio della Chiesa che è quello di vedere le carceri spopolate, premettendo che «il male nativo è in ognuno di noi, senza illusioni, una dimensione che ci accompagna per tutta la vita, ma è anche vero che il male genetico può essere ridotto, curato e sanato con la presenza di cristiani della carità, perché l’assenza fa proliferare il male. «Non siamo attrezzati a fare miracoli – dice ancora Sua Eccellenza il Vescovo – ma nel nostro amore pastorale faremo tutto quello che possiamo fare. La Chiesa non ha il compito di reprimere ma di accompagnare il detenuto per il recupero permanente».
       Un insieme di riflessioni quelle del Vescovo per creare un contatto diretto con i  reclusi, i quali incoraggia a non rassegnarsi: «questa è la prima sconfitta, questa è la carcerazione psicologica più terribile, quando si crede di non poterne uscire». La voce piena di speranza del Vescovo della Diocesi di Oppido – Palmi si scontra con quella del Presidente del Tribunale di Sorveglianza, il quale non scommette su niente, per lui l’unica cosa da fare è osservare la legge. Poi tocca ai carcerati. Le loro domande non si discostano una dall’altra, tutte puntano sulla possibilità di reinserimento nella società a fine pena. Tra di loro riaffiora l’idea  di tornare alla vita di tutti i giorni, riscoprendo degli spazi sani, diversi da quelli scelti nel passato, erroneamente. Un personaggio di spicco della ‘ndrangheta locale infatti chiede al Vescovo: «Un individuo condannato per mafia può reinserirsi?». Un quesito che Monsignor Milito definisce radicale, spiegando che «la vera libertà non è per il male ma per il bene». Altri detenuti attaccano la magistratura che a volte cade nell’errore giudiziario, le cui conseguenze per chi lo subisce sono drammatiche sia a livello personale che sociale. Tra i detenuti c’è chi crede di uscire dal carcere con rabbia, un giovane di loro non crede nel cambiamento di mentalità della Calabria, c’è anche chi chiede più catechesi e non solo messe. Il pastore Milito ribatte, affermando provocatoriamente, «qual è il mio contributo in prima persona?»  e ripete, «il fatalismo è da deboli, è diabolico e pernicioso, è necessario attuare i comandamenti. Il mondo é opera di Dio non è in mano al male».
     La presenza del Vescovo e dei presbiteri trasfigura quella realtà carceraria che non crede nella più giustizia. Anche il Direttore del carcere rassicura che «non tutto è repressione. I diritti umani stanno alla base». Tra gli interventi quelli dei sacerdoti. don Elvio Nocera, Direttore del Centro dei Laicato, pone ai detenuti una domanda al contrario di quella che ha fatto il Vescovo, dicendo che «anche noi come chiesa possiamo chiedere a voi qualcosa», e premette che nei rapporti interpersonali con i carcerati ha notato una grande educazione. Lo stesso continua, asserendo che «a noi non interessa chi è colpevole o innocente, noi ci aspettiamo che quando uscirete dal carcere, possiate aver un ruolo educativo, insegnare ai vostri figli la carità». Ed aggiunge, «la situazione carceraria non fa di un uomo un grande uomo, non è questa la condizione, non dovete far passare la mentalità che il transitare dal carcere può creare di un uomo un grande uomo. La nostra chiesa ha bisogno di riprendere un volto eucaristico, a partire dalla cappella del carcere dove sono state levate le porte per guardare il Santissimo Sacramento, il prigioniero d’amore sul crocifisso. Noi vogliamo essere in mezzo a voi ed alle vostre famiglie. Non c’è volta che non spunti un volto rigato dalle lacrime delle vostre mamme che si recano in chiesa, voi dovete evitare che ci siano altre mamme dal volto rigato». E conclude, «il Vangelo di oggi ci riporta alle beatitudini, beato non è chi sta in carcere e non è detto che è beato chi sta fuori, sono beati i portatori di pace e di giustizia». Con rammarico don Giovanni Battista Tillieci, parroco di Molochio, afferma invece che non può sentire un ragazzo di trent’anni dire che la mentalità non può cambiare, questa è la vera mentalità mafiosa. Di fronte a dei gravi reati, non piangono solo le mamme, ma piange tutta la comunità, che spesso viene bollata come mafiosa, ingiustamente.  Ed esorta: «Riappropriatevi della dignità prima di uomini e poi di figli di Dio». Don Tillieci promette ai detenuti dei palloni di calcio perché anche il carcere è «un grande oratorio». Durante l’incontro, don Giuseppe Varrà, ripensa ai suoi anni da parroco al Duomo di Rosarno, sottolineando con umiltà, di non avere fatto nulla di straordinario, ma non si rimprovera il senso di accoglienza unita alla preghiera che ha primeggiato nella sua chiesa, oltre al rapporto personale continuo con chi ha commesso degli errori. Don Varrà racconta di un blitz a Rosarno: «Nel lungo elenco c’erano ragazzi che sono stati scout e chierichetti nella mia parrocchia: dove ho sbagliato?». Conclude il dialogo tra i detenuti e la Chiesa, il cappellano della Casa Circondariale di Palmi, don Silvio Misiti, esortando i detenuti, a non fare l’abitudine del carcere: «Accettare la pena è già libertà. Noi rimaniamo sempre uomini in qualunque posto ci troviamo».
Kety Galati 
 
 
Da “Avvenire”, martedì 10 giugno 2014… di ANTONIO MARIA MIRA
 
 

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