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1° Congresso Eucaristico Diocesano

      Una signora anziana di Siderno non dice nulla, piange per il proprio figlio, detenuto nella casa circondariale di Palmi, alcune donne di Oppido Mamertina e di Gioia Tauro, si ribellano al duro regime carcerario a cui sono sottoposti i loro figli, i loro fratelli ed i loro nipoti. Nel giardino del “Centro Ambesi-Impiombato” di Barritteri, piccola frazione di Seminara, l’Eucaristia, tema centrale del primo Congresso Eucaristico diocesano, si trasforma in denuncia sociale, con lo sfogo dei familiari dei detenuti, i quali cercano conforto e consolazione nella Chiesa. Essi, infatti, si aprono senza riserve a Monsignor Francesco Milito, Vescovo della Diocesi di Oppido-Palmi, gli affidano il loro dolore e la loro rabbia, per gli abusi che spesso si verificano dietro le sbarre di una misera cella. La cosa che più fa male loro è il vetro che separa i propri figli da un abraccio del padre, l’Amore o l’Eucaristia che viene negato nelle carceri, dove si vive la solitudine e la persecuzione.

     In questo quadro drammatico, si svolge un appuntamento fortemente voluto da Monsignor Milito, inserito, nella quarta giornata del Congresso Eucaristico, che ha come icone due passi del Vangelo di Luca, “Signore tu lavi i piedi a me?” “Va, e anche tu fa lo stesso”. Lavare i piedi significa accogliere tutti, anche il peccatore, come ha detto Monsignor Piero Marini, Arcivescovo di Martirano, il quale ha presieduto la messa di apertura del Congresso.

     Seduto su una panchina di legno, sotto un grande albero di pino, Monsignor Milito si rivolge ai visi in lacrime dei parenti delle persone carcerate, con la stessa domanda, che qualche giorno prima, fece ai loro cari, nella casa circondariale di Palmi:  “Cosa la chiesa può fare per voi?”.  Lo stesso fa capire ai familiari dei detenuti che la Chiesa non può non entrare nel mondo delle carceri, citando l’indicazione del Vangelo, “ero in carcere e mi avete visitato … ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non lavete fatto a me”. Dove le persone vivono situazioni delicatissime, là c’è Dio e noi, «è necessario vedere il fratello colpevole nella luce del Signore. Ecco l’affetto particolare per le carceri».

     Milito alimenta la sua riflessione, facendo una sintesi reale di come si vive in una cella di casa di detenzione, nonostante i canti in vernacolo sulle carceri tentino di sdrammatizzare. «Il tempo passa per non impazzire, non si può stare in una cella mantenendo l’equilibrio, si raccontano le proprie esperienze, si apprendono molte cose, si fa una scuola, ma come si può per per anni vivere questa realtà? Anche l’ora di aria, sotto un quadrato di cielo non può bastare». Di fronte a questo triste scenario, Monsignor Milito, esprime il proprio disappunto e la sua sofferenza contro questo tipo di carceri che «non dovrebbero esistere». Lo stesso esorta i familiari a non incasellarsi in un modo di vivere da prigioniero delle situazioni, e promette loro che l’incontro, svoltosi, lo scorso lunedì, non sarà l’unico, ma l’inizio di un cammino di riflessione, di discussione e di confronto, volti a superare i limiti della legge attraverso le virtù del cuore. «La posizione della Chiesa nei confronti del male è la preghiera, che porta alla verità, al perdono ed alla pacificazione interiore duratura». Sono queste le intenzioni di fondo per le quali sia il Vescovo che il clero si impegnano con i parenti dei reclusi, affinché, non ci sia un prosieguo nell’errore, «non è un titolo d’onore continuare sulla stessa scia, la vendetta non fa la giustizia, non funziona così. Perdiamo tempo» scandisce il Vescovo Milito, confortando le donne, le quali «nessuno come loro sanno qual è la bellezza e il peso della vita. Malgrado tutto, dovete coltivare sentimenti di non violenza».

     Tra i sacerdoti presenti, don Nino Massara, don Antonio Nicolaci, don Vittorio Castagna, don Elvio Nocera, segretario del Congresso eucaristico diocesano e don Silvio Misiti, cappellano del carcere di Palmi, il quale ha realizzato il centro Ambesi che si trova a Barritteri. Quest’ultimo parla a cuore aperto come il Vescovo, soffermandosi sul ruolo fondamentale che la mamma ha nelle vicende carcerarie. Nei loro volti ci sono lacrime, sacrifici e lettere, come quella che una mamma scrisse al proprio figlio, terrorista. “Caro figlio, da anni non più notizie, non ho la possibilità di parlare con te, ora sto morendo, ti ho allattato, sappi che io non ti abbandonerò mai …”.  Sono queste le parole di una mamma, disperata, la quale è riuscita a far piangere un uomo che aveva scelto la via della rivoluzione, del male. «Ecco come il terrorista è diventato uomo» sottolinea don Misiti, aggiungendo che l’amore di una mamma che incarna l’Eucarestia che è Amore, può essere motivo di salvezza.

     Intorno ad una tavola preparata a festa per i familiari dei detenuti, essi, malgrado le loro sofferenze, sono entusiasti, e si sentono sostenuti da una nuova Chiesa che vuole vivere vicino a loro.

Kety Galati


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