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12/Apr/15

Il vescovo presiede la Veglia Pasquale in Cattedrale

Dopo il giorno di silenzio del sabato santo, i fedeli di Oppido Mamertina si sono ritrovati in cattedrale attorno al loro Vescovo e Pastore per la celebrazione della Veglia Pasquale, la madre di tutti le veglie, la veglia più importante per la Chiesa universale.

Il vescovo ha incentrato la sua omelia sulla benevolenza del Signore che accompagna l’uomo lungo i sentieri della storia, serena o difficile che sia, per approdare al suo disegno originario di salvezza. «Che cos’è la vita cristiana? – si è domandato il vescovo – E’ la veglia pasquale tradotta nella testimonianza della vita. Il cristiano morto e risorto con Cristo narra nella sua esistenza ciò che l’umanità ha compiuto  dalle origini fino alla notte della risurrezione e lo fa ricordando la nascita dal seno dell’amore di Dio, il suo accompagnamento lungo il corso della storia della salvezza, le difficoltà della vita del peccato nell’esperienza della schiavitù dell’Egitto, la gioia della liberazione e la certezza che Dio si prende sempre cura di noi». Quindi un unico grande inno alla misericordia del Signore con il cristiano che sa che arriva a questa notte perché altre notte l’hanno preceduta: la prima, la notte della creazione della luce, fino alla notte del tradimento di Giuda  e poi questa notte che si pone come arco di salvezza tra esse.  «Ecco perché questa notte è cantata –  ha sottolineato il Vescovo –  e di essa si dicono cose stupende come se fosse una creatura perché essa  è stata testimone di un evento che nessuno ha visto direttamente ma i cui effetti sono certi. L’effetto della Risurrezione è il Risorto che appare ai discepoli dimostrando come quanto era successo fosse vero e così dare la speranza della vita eterna ai credenti».

Un altro segno messo in evidenza dal nostro vescovo, quello dell’acqua, di cui la notte di pasqua si canta l’inno che il popolo d’Israele elevò al Signore, perché quella che poteva essere una creatura terribile di distruzione è diventata nelle mani di Dio un mezzo di salvezza per il popolo. La notte cantata, la Pasqua, l’acqua ci ricorderanno la ricreazione che lui ha fatto in noi nelle acque del battesimo. La luce del cero e l’acqua del fonte battesimale, ci ricorderanno per sempre che, rinati dall’acqua, dobbiamo splendere ed essere luce. «Ecco perché – ha aggiunto il vescovo – siamo chiamati a rinnovare le nostre promesse battesimali, memori di quanto il Signore di ha detto, e ci ha dato e noi siamo chiamati a vivere in pienezza».

Durante la Veglia tre persone adulte hanno ricevuto il battesimo dopo il percorso di formazione catecumenale e il vescovo ha sottolineato con forza questo evento ricordando la notte di Pasqua è anche madre di nuovi credenti, in questo caso “tre nostri fratelli adulti, con esperienze di lavoro, di fede travagliata e complessa, che hanno sentito per ispirazione dall’alto questa spinta e hanno chiesto di essere battezzati e di diventare figli di Dio e figli della Chiesa. Di questo siamo estremamente contenti perché vediamo che la parola  di Dio è sempre efficace e operante, se compie questi segni. E quello che vivono questi fratelli è per loro una ricreazione, la risurrezione che si attua in loro”. Quindi nel ricordare  a tutti i presenti che la settimana santa è un percorrere nell’oggi il cammino di ieri di Gesù, l’invito a fare un cammino autentico e in profondità per essere persone nuove. E anche se la nostra vita è piena di limiti, di debolezze, questa è la notte di grazia in cui riprendere di nuovo la vita in mano e consegnarla al Signore, fidandosi di lui.

«Ecco perché – ha detto il vescovo –  questa notte cantiamo l’Alleluia  che diventa la parola d’ordine di questo tempo, perché è il Signore che cambia il nostro cuore e le nostre sorti, è il vivere in profondità il mistero pasquale che cambia le sorti di un popolo, è il vivere con coerenza i dettami del battesimo che rappresenta il vero cambiamento della persona» e per questo la preghiera rivolta al Signore: «Fa’, o Signore, che la tua morte abbia in  noi gli effetti della vita, che la notte separata dalle tenebre, diventi per noi veramente di luce». Questo l’augurio del vescovo per Oppido e per tutta la Diocesi: «Che il Signore ci permetta di ritornare in questi 50 giorni su queste realtà e farle nostre: Dio non si stanca di noi, è misericordioso e se in questa misericordia metteremo i nostri limiti, egli ci darà di vivere in pienezza  la gioia della pasqua e sperimentare la sua redenzione, la sua salvezza».

Il vescovo, domenica di pasqua ha presieduto la celebrazione eucaristica in Concattedrale a Palmi e nell’omelia ha fermato l’attenzione sul quel  «primo giorno della settimana» che non era di festa,  perché segnava l’inizio di una nuova settimana di lavoro e di attività, ma che per Maria,  per Pietro e l’altro discepolo diventa un giorno particolarissimo perché quel Signore che era stato tolto dalla croce non era più nel luogo dove l’avevano sepolto e qui la grande sorpresa: «Non c’è più» e a dirlo è una rivelazione dall’alto, un Vangelo, una buona notizia, la più grande che il cristianesimo abbia conosciuto, il vero Vangelo che dà ad esso il timbro sicuro di essere una rivelazione dall’alto, l’evento risurrezione da nessuno visto come esperienza diretta ma colto nel Risorto. «Se quell’uomo è morto e non c’è più, vuol dire che quell’uomo è vivo, e risorto» e da qui inizia il grande discorso della storia della Chiesa perché da quel giorno le sorti del mondo sono cambiate, avendo sempre l’uomo visto nella morte il dramma più forte. Se anche la morte è sconfitta, l’uomo non può mai chiedersi in se stesso, vivere come se non ci fosse speranza. Anche se quello che nella fede crediamo, non  è detto che nella fede lo vediamo continuamente, come se il Signore fosse realmente vivo in mezzo a noi, perché spesso ci fermiamo di fronte alle difficoltà della vita, ai problemi, essendo spesso naturalmente portati al pessimismo o a chiuderci o a non avere fiducia e quindi come se fossimo anche noi in quella tomba con quella pietra, il blocco del nostro io, senza riuscire a trovare una leva per togliere quella pietra e questa può diventare una condizione ordinaria della nostra vita che vi fa vivere chiusi in noi stessi, facendo leva solo su ciò che siamo, non alzando lo sguardo altrove.

Da qui la considerazione del nostro vescovo: «Il credere fermamente che il cristiano è stato sepolto con Cristo, ma con lui nella tomba non è rimasto, rappresenta l’essenza della vita cristiana. Se noi tutti non partiamo dalla convinzione profonda del Mistero pasquale, quello che facciamo si riduce al cristianesimo di un battezzato, ma non convertito, con espressioni di una religiosità a fior di pelle, che non trasforma la nostra vita». Si è domandato il vescovo a questo punto: «Perché un popolo e una nazione che si risulta anagraficamente cristiana non rinnova dal profondo veramente se stesso e le cose non cambiano in modo radicale? E’ vero che il frutto dello Spirito è la pace, ma non l’immobilismo; la concordia, ma non l’adattarsi. Lo Spirito rinnova perché brucia le cose che non stanno bene e permette che l’economia, la politica, i rapporti tra i cittadini, tutto ciò che fa di noi una comunità civile, cambino alla luce di questa grande rivelazione». Ha proseguito il vescovo: «Il meteo della nostra fede sta nel modo in cui  noi personalmente ed individualmente viviamo questa vita nuova, rinnovata in Cristo, e dunque con un risvolto anche nella vita sociale. Ecco perché il cuore centrale della veglia pasquale è la rinnovazione delle promesse battesimali perché il dono di quelle promesse vuol dire: io mi immergo nelle acque del battesimo e se  mi immergo, io vengo immerso nella santità e ne esco tutto profumato e chi si avvicina a me percepisce questo profumo».

Il vescovo ha poi che non c’è giorno dell’anno che non sia sotto l’influsso della pasqua per cui uno può sempre sperimentare che il Signore rimuove la pietra che sta nella nostra vita, le cose che non vanno, i dubbi, le incertezze, i tanti interrogativi che sembrano senza speranza, e che la corsa che si fa per vedere la tomba vuota diventa una corsa incontro al Signore risorto che si fa presente per darci e dirci una parola stabile di salvezza e di speranza.

Avviandosi verso la conclusione il vescovo ha spiegato il senso degli auguri che si danno a pasqua affermando che l’augurio di Pasqua è la pace: «La pace sia con voi», dice Gesù agli apostoli impauriti nel cenacolo. Pace che nasce da questa riconciliazione con Dio. «E adesso, andate, fate discepoli tutte le creature, immergendole, battezzandole, rimettendo i peccati, dando la gioia di vivere perché la Pasqua è primavera dello spirito. Per questo il canto dell’Alleluia, fino a Pentecoste: Alleluia, lodate il Signore, perché ha fatto in Cristo cose grandi e le fa pure in noi. Ecco perché abbiamo cantato oggi: Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci e in esso esultiamo. Questo è il giorno che ha fatto, che fa continuamente, il giorno perenne e permanente del Risorto. Allora sì che la comunità riprende forza, si sente rinnovata ed è capace di sfidare anche la morte». 

A questo punto, il pensiero, riferendosi ai continui recenti fatti di cronaca, ai nostri fratelli di fede come noi, battezzati, credenti nel Signore Gesù, ma uccisi come martiri solo perché cristiani, in odio alla nostra fede, come ai primi tempi del cristianesimo. Per questo l’invito del vescovo a ricordare, pur essendo oggi un giorno di grande gioia, questi nostri fratelli che stanno vivendo la pasqua eterna e a prendere coraggio dalla loro testimonianza ed essere certi che il Signore può fare di noi nuove creature: «Da oggi a Pentecoste il cero pasquale ci fa capire che il cristiano è la luce che attinge a Cristo per dare luminosità agli altri. Viviamo, quindi, questo tempo, di grazia come ceri che vanno in giro per il mondo per contribuire alla realizzazione di una società più buona, più giusta, più cristiana»

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