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12/Apr/15

Riti del venerdì santo in Cattedrale

In un clima di profondo silenzio e raccoglimento si è svolta venerdì santo in cattedrale la celebrazione della Passione del Signore presieduta dal nostro Vescovo che nell’omelia ha spiegato il senso racconto della Passione secondo Giovanni.

Un racconto che pone in evidenza l’identità di chi, come in ogni processo  è sotto i riflettori della giustizia e si cerca di capire chi sia e come stanno veramente le cose.

E di domanda in domanda si cerca di cogliere chi sia questo tizio è che cosa porta a sua discolpa e in suo favore.

Gesù al centro che chiede chi cercano e quanto la sua identità e ben delineata, una grande paura invade chi lo cerca se cadono a terra o indietreggiano.

La domanda più radicale è certamente quella che fa Pilato quando Gesù parla del suo regno, regno di verità, di giustizia e di pace,  che non è di questo mondo:  «Che cos’è la verità?». Di fronte a questa domanda Gesù non risponde perché la verità non va definita, ma incontrata: la verità era lui in persona.

E anche le domande che lui rivolge al popolo sono una mistificazione di chi sa benissimo chi sia quel personaggio che comunque va eliminato perché troppo incomodo.

Una sottigliezza di ipocrisia tipica di chi sente di non doversi macchiare materialmente del sangue di una persona però trova tutti i modi perché questo avvenga risiede: «A noi non è lecito…» ma se tu lo puoi e tu lo puoi, fallo fuori tu per noi.

Un’altra ipocrisia: «Questo non possiamo farlo perché dobbiamo mangiare la Pasqua, vogliamo arrivare al rito della nostra tradizione con la purezza». Ma di quale purezza parliamo, di quella esterna, di quella falsa, di quella che si presenta senza nessun appiglio con il male. E’ l’eterno modo di credersi al di qua del male quando invece ci si affonda profondamente e di fare un tipo di bene che male è perché questo bene non è né sopportato né sopportabile. In questo contesto la conclusione è ben immaginale.

A questo punto il vescovo rivolgendosi ai fedeli ha fatto presente come in questo pomeriggio in cui stiamo vivendo l’oggi della nostra salvezza, anche noi dobbiamo porci alcune domande. «O Signore, noi sappiamo che sei tu, ma tu per noi chi sei? Nella mia vita sei veramente il primo, l’unico, il risorto? Sei colui dinnanzi al quale io mi prostro in adorazione per essere così elevato alla dignità di figlio di Dio? Nella mia vita sei re glorioso per farmi vivere la mia dimensione di battezzato?». E lui ci ricorda, invertendo le parti: Ma tu che mi fai queste domande, come ti trovi dinnanzi a me? Se vuoi saper chi sono voglio chiederti chi sei,, perché l’identità della persona parte anche da un esame di coscienza con se stesso. E se la risposta del chi è dipende da lui, la risposta del chi sono dipende da noi. Ecco perché questa seconda domanda ha bisogno di silenzio, di riflessione, di preghiera perché al suo cospetto nessuno potrebbe trovarsi a posto. Ma dinnanzi a un Dio che ha dato la sua vita per noi, nessuno può considerarsi come deluso per sempre. Ed è in questo incontro tra l’identità divino-umana di Dio che è misericordia e la nostra identità che è soltanto umana, ma che dentro ha il timbro dell’eterno, che diventa pasqua questo venerdì, cioè passaggio da uno stato, da uno stadio della nostra condizione umana, del nostro sentire profondo al Signore che ci porta con sé e mentre ci seppellisce quella parte che abbiamo di peccato e di negatività, ci fa risorgere con lui alla vita eterna.

Per questo l’invito del vescovo ad aggiungere alle intenzioni della preghiera universale una per noi perché il Signore mi faccia comprendere chi sono perché nell’incontro con lui possa vivere in pienezza la mia assimilazione e divinizzazione con lui. Questa si che è Pasqua che ci fa comprendere il senso profondo di questo venerdì che è di passione ma solo come premessa e certezza verso la Risurrezione del Signore.

Il clima di preghiera e di profonda meditazione è proseguito con la processione del Cristo morto, durante la quale si è pregato con la Via Matris. E alla fine il Vescovo ha introdotto i fedeli nel grande silenzio in cui entra a partire da questa sera la Chiesa, perché il suo Sposo non c’è, perché anche la Chiesa vive il suo lutto, anche se non da disperato e senza un barlume di luce. «Lo fa – ha detto il vescovo – perché quando succedono fatti come quello della crocifissione del Signore c’è bisogno di fermarsi, pregare, mettersi di fronte al Signore e aprirsi alla sua misericordia. Domani sarà un giorno di silenzio, unico giorno dell’anno in cui non c’è nessuna azione liturgica e nessuna eucaristia. E solo domani sera scoppierà la gioia, quando capiremo cosa significa Pasqua di liberazione».  Il vescovo ha invitato i presenti a porsi, dopo le due dell’omelia, un’altra domanda. «O Signore, come mi trovo dinnanzi alla tua passione? Contribuisco anch’io a seppellirti e lo faccio quando non vivo la mia testimonianza cristiana di risorto. Quando ho da capire da te che devo cambiare tante cose!»

Il vescovo ha aggiunto poi che il grande unico giorno da Pasqua a Pentecoste sarà come un torrente di luce e di pace nel quale siamo chiamati  a metterci per attraversare nelle acque della misericordia del Signore la nostra vita. La seconda domenica di Pasqua, della divina Misericordia, ci aiuterà a porci questa domanda, ma lo farà soprattutto il tempo che vivremo dall’8 dicembre di quest’anno al 26 novembre dell’anno prossimo, con l’apertura del Giubileo della misericordia che il papa regala al mondo perché il mondo capisca l’importanza di quest’incontro unico e individuale con il Signore. L’invito finale del vescovo a metterci come chiesa di Oppido in questa realtà di luce. Ha proseguito il vescovo: «Noi troveremo il modo di vivere la misericordia; abbiamo ancora in sospeso la missione cittadina, prospettata l’anno scorso e ancora non realizzata, ma che faremo certamente perché in tutte le case entri questo soffio dello Spirito. Allora ci accorgeremo che è l’Annunziata- Addolorata che ci segue e venendo in questa Chiesa, sentiremo che è lei che ci protegge,  ci vuole bene come madre e vuole che noi, figli del Figlio viviamo da risorti».

Nella conclusione il vescovo ha inviato i fedele a venire in chiesa domani a sostare dinanzi al mistero della morte e passione del Signore  e riferendosi all’esperienza nuova della via Matris,  ad essere come Maria discepoli della sofferenza per essere con lei; madre della gioia.

L’invito finale a portare un pensiero alle persone che vivono nella malattia la passione e la Croce e soprattutto a pregare perché termini  la violenza contro i cristiani in quei paesi in cui si sta perpetrando: «Oltre 140 studenti uccisi e altrettanti feriti sono una cosa che ci fa pianger il cuore: preghiamo perché anche in questi paesi possa manifestarsi la luce e la pace del Signore».


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