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Il pellegrinaggio diocesano a Torino

Alla fine di ogni pellegrinaggio, ogni persona porta con sè un tesoro prezioso. Una ricchezza che riempie e rafforza l’interiorità e, contraddittoriamente, la apre e la conduce nell’intimità dell’unico Maestro. E’ come se ogni pellegrino, durante il viaggio, lungo o breve che sia, assumesse un’altra mentalità, è come se vivesse in un’altra dimensione, dove non sono le visite ai nuovi luoghi a colpirti nell’anima ma le relazioni con gli altri. La condivisione, in tutte le sue sfumature, è il momento più importante di un pellegrinaggio perché è animata da Cristo. Sul volto di ogni persona che diventa tuo amico dopo una manciata di minuti, c’è una storia che chiede di essere ascoltata, la comunicazione diventa umana e profonda, essa ha un grande potere perché dipende da una sola luce quella che viene da Cristo, non dipende dalla luce personale e non si serve di quella altrui. Ecco la grande bellezza di Gesù, il quale ti permette di rapportarti con Lui in una relazione vivente e spirituale, Egli ti permette di utilizzare il Suo fascino per donarlo agli altri e ti consente di assaporare il passato, con grande libertà di cuore. Quindi, niente può distrarci dalla presenza fisica di Cristo, tutto torna a Gesù, nella preghiera, nella meditazione e nella nostra esperienza con il prossimo. Lo possiamo sentire ogni istante del pellegrinaggio in mezzo a noi, nei rapporti direttamente con Lui, con gli altri e con noi stessi.
La prima tappa del gruppo diocesano guidato dal vescovo, monsignor Francesco Milito, è stato il labirinto che ci ha condotto al Duomo di Torino per vedere “l’Amore più grande” riflesso nella sacra Sindone. Un percorso un po’ lungo, sempre seguito dai volontari. La tenerezza della Sacra Sindone la respiriamo e la tratteniamo per pochi minuti, inginocchiati, davanti a quel lenzuolo di lino che sembra avvolgerci come in un abbraccio. Saremmo voluti restare, ancora, a gustare, quell’eterno abbraccio, ma non possiamo, altri pellegrini come noi o semplici visitatori, devono incontrare il viso che ha cambiato il mondo. Di fronte alla corona di spine che è stata violentemente messa sul suo capo l’unica certezza che abbiamo nel cuore e nel profondo dell’anima, è che Gesù resta vicino a noi, ed è l’unico amico fedele che può cambiare tutto. Questa verità assoluta ci basta per proseguire la nostra giornata che ci porta nella Basilica della Consolata, una Basilica particolare, per tanti motivi, dove incontriamo Cristo nell’Eucaristia. Dopo l’abbraccio consolatorio della Vergine, il giorno dopo, ci prendiamo un altro tipo di abbraccio a Valdocco, quello di don Giovanni Bosco. Tutto ciò avviene nella casa dei salesiani, dove i sogni diventano realtà, come ci fa notare don Enrico, dove un bambino di nove anni fece un sogno che capì alla fine della sua vita, dove un giovane si buttò in mezzo a dei giovani che bestemmiavano per pestarli, ma poi capì che i cuori non si trasformano con le percosse ma con la mansuetudine, come gli ha suggerito un uomo vestito di bianco. Il quale gli diede anche una donna bellissima, Maria, la quale ha esagerato con don Bosco e lui ha ricambiato costruendole una chiesa grande, la Basilica di Maria Ausiliatrice, la terza chiesa che fece edificare il santo che non abbandonò i giovani per strada. Come la Sindone è l’Amore più grande, don Bosco è l’amore più grande per i giovani. Dopo don Enrico, Lorenzo, allievo salesiano, ci accompagna in un posto strategico, in un colpo solo, vediamo le tre chiese che ha costruito don Bosco, la prima è sotto un porticato, e rappresenta il cuore della vita salesiana perché nella cappella Pinardi, un’ex tettoia, don Bosco, raccolse i suoi primi ragazzi. Anche a Valdocco, rincontriamo la Madonna Consolata, patrona di Torino, che è la prima statua che don Bosco mise nella cappellina. Dallo stesso punto, guardiamo la chiesa dedicata a San Francesco di Sales, la seconda, che edificò don Bosco, e dietro di noi scorgiamo la Basilica della Madonna Ausiliatrice. Poi, appoggiamo i piedi nell’orto di mamma Margherita: dalla sua bontà e dalla sua apertura, don Bosco ha acquisito i primi rudimenti dell’attenzione verso i poveri. L’orto di mamma Margherita fu distrutto dai ragazzi più monelli, affranta per quanto era accaduto, la mamma di don Bosco chiese a suo figlio di poter tornare a casa, lui non aprì bocca, ma alzò un indice verso un crocifisso e le indicò Gesù. Margherita capì che doveva fare ancora tanti sacrifici e restare lì fino alla morte per Amore dei giovani. Don Bosco, malgrado la contrarietà di molti nei confronti del suo operato, insegnò ai ragazzi un mestiere, e quando si ammalò, ognuno di loro fece delle promesse grandi a Gesù purché si salvasse il loro papà, il quale non morì, le preghiere dei ragazzi gli salvarono la vita. Nella Basilica Maria Ausiliatrice, monsignor Francesco Milito, durante la sua omelia, scandisce come i frutti dello Spirito Santo sono semplici, basta saper cogliere ed approfondire alcuni segni, perché tutta la storia della sanità è scritta dallo Spirito e resa contemporanea dalla nostra capacità di leggere questi messaggi, «per non restare analfabeti nella crescita spirituale».

Per il vescovo Milito, il 13 maggio 2015, a Valdocco, è un giorno particolare, perché è il giorno del terzo anniversario della sua ordinazione episcopale, ma è anche il giorno in cui nostra Signora di Fatima apparve ai tre pastorelli, Francesco, Lucia e Giacinta, che noi pellegrini abbiamo conosciuto, l’anno prima.  «Laddove c’è soltanto la gratuità dell’amore non può esserci che l’Amore per l’amore» è questa l’esortazione di monsignor Milito. «Tanto più le cose le vediamo alla luce di Cristo tanto più le viviamo con autenticità» e ricordando l’espressione dell’Amore più grande della Sindone, «quel volto dice quanto il versetto esprime, sarete miei amici se farete quello che vi comando» per introdurre il tema dell’amicizia, che è carissimo a Gesù. 

Dopo Valdocco ci spostiamo in una collina per visitare la Basilica di Superga, che sembra essere un tempio per le grandi colonne che sorreggono l’ingresso. Sul retro della Basilica fatta costruire da re Vittorio Amedeo II per ringraziare la Vergine Maria, dopo la vittoria sui Francesi che avevano occupato Torino nel 1706, scendiamo alla lapide per conoscere e pregare per i giocatori del Torino, morti nel 1949, dopo lo schianto dell’areo sul quale si trovavano contro il muraglione della stessa basilica. Dopo la malinconia che proviamo a Superga, arriva, un momento di raccoglimento genuino in albergo, che viviamo, tutti uniti, con il nostro vescovo Milito, il quale taglia la torta del suo terzo anniversario di episcopato e brinda con noi pellegrini. Uno dei quali a bassa voce ci confida che questi giorni gli sembrano Natale e Pasqua. Improvvisamente, comprendiamo, che uno dei motivi che induce una persona a fare un pellegrinaggio, può essere la solitudine che abita soprattutto in un anziano. In tal senso, viene fuori anche il valore sociale di questo viaggio, che va oltre la preghiera, la meditazione, la conoscenza, ridà valore e gioia a persone sole, le quali si rallegrano anche se offri loro un biscotto, se  porgi loro un braccio di sostegno, se le aspetti di fronte all’ingresso di un negozio di souvenir. E’ questo l’aspetto meraviglioso di un pellegrinaggio, sentirsi vicino agli altri, vicino a chi ha bisogno di un gesto gentile, di parole delicate, di una battuta allegra, la lezione più importante te la danno le storie tra le righe dei pellegrini che puoi percepire se sai leggere dentro i loro cuori. Bisogna essere empatici come Gesù. Se non ci fosse questa percezione, che senso avrebbe visitare la Sindone? Le soprese sono tante in un viaggio di gruppo ma le affrontiamo in amicizia, provando ad accostarci con delicatezza ai cuori induriti dalla vita che hanno solo bisogno di essere ascoltati, senza interessi, hanno bisogno di pace che non potranno mai trovare nella realtà di tutti i giorni dove ci scontriamo con muri insormontabili e con la malvagità. Essere cristiani significa non essere mai contro qualcuno. Il problema è l’apertura del cuore in ogni situazione, perché se non apriamo il cuore e la mente, l’Amore di Cristo non può entrarvi, ricordando, però, che anche nella nostra povertà umana possiamo sentire Gesù, ed essere certi che chi cammina nel Vangelo incontrerà se stesso e Cristo. Non è cosa semplice, è più facile scriverlo. Non dobbiamo, inoltre, meravigliarci, se alla fine di ogni viaggio i dubbi restano, ma ci piace pensare che a volte Gesù tace perché ci vuole più responsabili e capaci di domande non banali, vuole il meglio da noi anche se prende tutto di noi. Ognuno di noi ha avuto tante occasioni, tra queste ha potuto anche scegliere che tipo di certosino vuole essere, dopo la visita della Certosa di Firenze, che raggiungiamo l’ultimo giorno, prima del lungo viaggio verso casa. Nella felicità della solitudine e del silenzio di un certosino immaginiamo fino a sentire il coro angelico che canta nella chiesa di San Lorenzo, dove monsignor Milito ed i sacerdoti hanno concelebrato l’ultima messa del nostro pellegrinaggio. L’esperienza solitaria è fortissima, ma monsignor Milito ci trasporta nell’universo misterioso dei certosini, facendoci capire che una vita chiusa non è da sepolti vivi, perché nella diversità c’è una grande ricchezza. La gioia più grande che portiamo a casa è quella di aver tentato di regalare l’ebrezza di Gesù a qualcuno che ha scelto di stare con noi anche per soli quattro giorni e, l’amara consapevolezza che tutto questo non è ordinario, perché spesso ci lasciamo prendere dalle tante cose esteriori, e viviamo indegnamente l’eucaristica, che è l’unica speranza che abbiamo per perdonare chi ci ha fatto del male, per perdonarci e, per non avere più paura.

Kety Galati


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