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L’immissione canonica di don Antonio Andrello nella Parrocchia S. Panteleone Martire di Serrata

 Accompagnato dal nostro vescovo Mons. Francesco Milito, il 2 settembre ha fatto il suo ingresso nella Parrocchia S. Pantaleone Martire di Serrata il nuovo parroco don Antonio Andrello, in sostituzione di don Michelangelo Borgese che il 15 ottobre diventerà parroco delle Parrocchie San Nicola e Santa Maria Vergine Addolorata in Oppido. Don Antonio, contento e commosso, è stato accolto dall’applauso dei fedeli convenuti anche da altre parrocchie soprattutto dalle parrocchie di Feroleto della Chiesa e di Plaesano, le parrocchie da lui dirette nell’ultimo decennio.

All’inizio della solenne concelebrazione dopo l’affettuoso saluto di un membro della parrocchia che dopo aver ringraziato don Michelangelo per l’opera di evangelizzazione da lui svolta nei 24 anni di presenza a Serrata, a nome di tutta la comunità ha dato il benvenuto a don Antonio, esprimendogli tutte le speranze e le aspettative che i suoi nuovi parrocchiani ripongono nella sua presenza nella sua nuova parrocchia, augurandosi che tra il parroco e i fedeli si instauri un rapporto di stretta collaborazione,  Don Antonio ha ringraziato il vescovo per il nuovo incarico dicendosi contento del nuovo servizio pastorale che cercherà di esercitare con semplicità e  spirito di servizio.

Il vescovo nella sua omelia, ha fatto riferimento alle letture del giorno, la prima, l’inizio della lettera di San Paolo ai Colossesi dove l’Apostolo rivolgendosi agli abitanti di Colossi li saluta presentandosi come “Apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio”, quasi a dire “se sono per voi è perché Gesù mi ha chiamato al suo seguito ma questo corrisponde a un desiderio dall’alto” e muovendo da questo dato fondamentale egli può augurare ad essi insieme al collega Timoteo grazia e pace dello spirito. Ha evidenziato, così, come  in un pastore tra questo guardare all’alto e dall’alto passare all’umanità c’è un intreccio permanente perché la vita pastorale del sacerdote non è per niente facile perché essere tramite tra Dio e l’uomo, il tempo e l’eternità, è qualcosa di molto impegnativo. Ma nel radicarsi in Dio e nel radicarsi negli uomini la pace si fa strada e per questo noi possiamo cantare di confidare per sempre nell’amore e nella fedeltà del Signore, perché in ciò che facciamo se non ci sorregge la certezza che è lui che ci mantiene nel suo amore, spesso saremmo tentati di scappare via proprio per questa distanza che si pone tra le esigenze di Dio e le attese del popolo.

Questo binomio è naturalmente importante per don Antonio all’inizio di questa sua nuova missione perché anche se sappiamo come iniziamo una cosa e i risultati li conosceremo alla fine, cammin facendo, ogni giorno costituisce una novità. Ma se piena e permanente  è la fiducia nel Signore, tra il pastore e i fedeli si instaura una corrente di calore fortissima, la stessa che fa dire a Paolo di sentirsi con i Colossesi “vostro fratello nella gioia per il vostro amore nello Spirito”.

E questo ci illumina sull’altro elemento fondamentale per ogni missione, la comunità. Il vescovo, a tal proposito, ha osservato come i sacerdoti vengono scelti per un’eletta porzione che il Signore affida loro perché la servano come il buon Pastore. E così l’impegno diventa forza propulsiva perché si instauri un rapporto di circolarità d’amore tra il pastore e una comunità docile che vive questo rapporto in bellezza.

Il vescovo ha evidenziato, poi, come il realismo di una vita pastorale conosce quelle che sono le ferite permanenti dell’umanità. Gesù, il Pastore dei pastori, nel vangelo di Marco, del resto, si presenta come colui che annuncia la Parola del Signore attraverso l’aiuto e l’incontro con i guai dell’umanità. Il primo segno che compie è la guarigione della suocera di Pietro, ed in quella casa alla sera gli vengono portati malati di ogni genere perché lui li guarisca e, creatasi ormai quella circolarità di amore tra lui e tutte quelle persone, la folla ormai vuole trattenerlo perché non vada via. “Ecco – ha aggiunto il vescovo – la dimensione concreta che il pastore deve vivere: la vicinanza quotidiana, personale, cuore a cuore con chi si trova nelle ambasce della vita perché in tante anime, in tanti cuori, si faccia strada la pace, la serenità, almeno l’accettazione di una vita che tanti motivi avrebbe per non essere accettata”. Questa deve essere la dimensione del pastore: vicino a tutti, vicino a ognuno nel nome del Signore per quel tratto di cammino che il Signore gli chiede. “Sta qui – ha proseguito il vescovo – il radicamento autentico di un parroco che per la vita sacerdote rappresenta la forma più piena del ministero perché il parroco a contatto con le persone dal primo istante della loro vita, lungo poi gli anni dell’esistenza, fino al loro ultimo respiro, diventa un tutt’uno con il suo popolo, senza confondersi con esso, ma in modo che tutti lo possano sentire come loro nel nome del Signore”. Parole queste dirette a don Antonio perché egli imposti così il suo ministero. E se è vero che spesso essere parroco del proprio paese di origine, non è consigliabile, il vescovo ha tutta via osservato che non siano i luoghi e le situazioni a creare i problemi, ma il modo con cui ci rapportiamo alle situazioni. Quanti sacerdoti santi hanno continuato a svolgere il loro lavoro nei luoghi della loro nascita e crescita e in quei luoghi hanno consumato la vita nel servizio fatto forse con più amore per la capacità di meglio immedesimarsi nei problemi di persone che conoscevano! E quindi per don Antonio l’essere stato fatto parroco nel suo paese deve essere un elemento in più per vivere in comunione con i suoi fedeli.

Il vescovo a questo punto si è rivolto a don Michelangelo Borgese che lascia questa parrocchia dopo 24 anni di servizio, cosciente della profonda lacerazione che il lasciare una parrocchia dopo quasi una vita comporti, invitando tutti a una lettura superiore dei fatti, perché i sacerdoti vengono costituiti a servizio di tutto il mondo, vale a dire nei luoghi dove, in  una realtà di Chiesa, si creano situazioni per cui è necessario cambiare posto. Se tutto è letto nel disegno di Dio, tutto riceve un impulso veramente miracoloso, per don Antonio, per un maggiore impegno, in uno spirito di continuità con quanto di bello seminato dal precedente parroco e certamente di novità, ma non nell’improvvisazione e soprattutto in piena collaborazione con gli organismi parrocchiali ponendo sempre tutto nelle mani del Signore perché è solo lui che benedice i nostri sforzi e li porta a compimento. A don Michelangelo il ringraziamento del vescovo per aver vissuto tanti anni del suo sacerdozio a Serrata, per aver colto il cammino di una comunità e raccolto i frutti dello Spirito, come dimostrano i tre sacerdoti venuti da questa comunità, per quanto ha compiuto attraverso il cammino neocatecumenale e per quanto ha saputo impostare con la sua calma saggezza, e l’invito ai fedeli a seguirlo con la preghiera e la vicinanza perché non si fanno cambiamenti per strappare, o intristire, o far mormorare un popolo, ma per esigenze che si creano e per far sì che le cose positive realizzate in un posto possano essere altrove seminate.

Avviandosi alla conclusione il vescovo ha augurato a don Antonio che gli sia di stimolo il Santo Curato d’Ars con la sua santità e il suo spirito di umiltà e servizio e il papa san Gregorio Magno, catapultato nei gravi problemi della Roma del tempo, da lui affrontati con attenzione, fermezza, coraggio e soprattutto grande carità, con la certezza che in ciò il nuovo parroco sarà aiutato da una comunità ben formata, ben attenta, capace di collaborare, con la quale e per la quale è bello pregare per arricchirsi dentro tutti insieme, portando fuori la testimonianza e la partecipazione, “inviati e scelti dal Signore Gesù per volontà del Padre per la comune edificazione”.


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