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La Seconda Tavola Rotonda in preparazione al V Convegno Ecclesiale di Firenze

Si è svolta sabato 23 ottobre nell’Auditorium diocesano di Rizziconi la II tavola rotonda in preparazione al Convegno di Firenze “In Gesù il nuovo umanesimo”, che ha invitato i presenti a riflettere sulle cinque vie verso l’umanità rinnovata, suggerite da papa Francesco nell’Esortazione Apostolica “Evangelii gaudium” e riprese dal Comitato preparatorio del Convegno.

Questo incontro ha fatto seguito a quello del 25 settembre in cui era stato messo al centro dell’attenzione il significato del nuovo umanesimo – e non un nuovo umanesimo come aveva sottolineato il nostro vescovo, Mons. Francesco Milito – che in Cristo trova  il modello a cui rapportarsi per essere veramente tale, perché è a partire da lui che l’uomo ha la sua immagine, scopre il suo vero volto e si rinnova. Un umanesimo che in quella occasione era stato approfondito nelle quattro forme quattro incarnate, un umanesimo in ascolto, in concreto, plurale e integrale, in interiorità e trascendenza, individuate nella Traccia per il Convegno.

Nell’occasione il Vescovo, richiamando i pannelli in cui ogni Parrocchia o associazione avevano evidenziato le loro opere di carità, aveva affermato che alla fine il nuovo umanesimo nella nostra Diocesi deve concretizzarsi nell’operare per costruire una nuova Piana, attraversata sì da tanta apertura di cuore, da tanta solidarietà, ma che solo guardando a Cristo, rappresentato nell’Auditorium attraverso la suggestiva immagine del Pantacratore di Monreale, può dare un senso al suo operare perché tutto dipende da lui.

La seconda tavola rotonda, dopo i saluti del vescovo, è stata introdotta da don Giovanni Battista Tillieci, delegato della nostra Diocesi per il Convegno, che ha in breve riassunto i contenuti dei cinque verbi indicanti le cinque vie, uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, e poi moderata con intelligenza dal dott. Giovanni Costa.

Sui cinque verbi hanno relazionato il prof. Giovanni Di Rosa (Uscire- Abitare), il Vescovo di Acireale, S.E. Mons. Antonino Raspanti (Annunciare-Trasfigurare)  e Sr. Giuseppina Del Core (Educare).

Il prof. Di Rosa, Ordinario di Diritto Privato presso l’Università di Catania, ha cercato di coniugare il verbo “uscire” calandolo nella realtà della testimonianza cristiana che si sforza di vivere in una quotidianità non certo facile, ma complessa, in un tempo definito ormai post-moderno, in cui si corre il rischio di smarrire il senso dell’umano, riferendosi soprattutto al rapporto uomo-donna che certa ideologia cerca di minare alla radice.

Uscire pertanto, inteso come venir fuori, un uscire fisico e un uscire figurato, inteso come uscire fuori da sé per farsi partecipe della realtà, mettendosi in discussione, venendo fuori dalle nostre certezze. Il prof. Di Rosa ha riferito questo verbo al lavoro spiegando perché esso è collegato all’uscir fuori. Il lavoro, infatti, come dimensione costitutiva dell’uomo va visto nella duplice dimensione di tipo personale e relazionale (es. lavoro in team, o riferito ai dipendenti di un’impresa, o agli utenti delle nostre attività). Si è così domandato il prof.: “Il lavoro può diventare strumento di evangelizzazione per un nuovo umanesimo?”. Certamente sì perché un certo modo di lavorare si può avere solo con il modo cristiano di intenderlo, vale a dire, fatto con competenza, attenzione all’altro, cioè come un servizio che è la più alta dimensione lavorativa in un tempo in cui ormai non è più così, perché si guarda al proprio interesse, ai risultati, alla produttività. Un richiamo poi al lavoro nell’ambito educativo pensando a come è cambiata o a come possa cambiare la vita di un giovane se si incontra un maestro di cultura! Concludendo il prof. Di Rosa ha sottolineato come sia indispensabile creare le condizioni, personali e ambientali, creando ambienti da cristiani, contribuendo a che la realtà superi l’idea, come afferma papa Francesco.

S.E. Mons. Raspanti si è soffermato poi sul verbo annunciare osservando come sia importante riflettere su come la Chiesa si stia movendo in tale ambito per cercare, sotto l’impulso dello Spirito, di indirizzare i propri sforzi in modo più aderente alla realtà. Il verbo annunciare è chiaramente un verbo evangelico: è Gesù che annuncia ed è Lui stesso che si identifica con il contenuto di questo annuncio: quindi testimonianza vissuta e testimonianza annunciata, cioè un modo di esistere, di vivere, uno stile di vita. In questo la comunità ecclesiale non può essere distante da Gesù, anche se la comunità ecclesiale non annuncia se stessa, ma annuncia Gesù. Riferendosi alla nuova evangelizzazione il vescovo ha evidenziato come sia stato importante rinnovare le forme di evangelizzazione, perché tutti i modi di annuncio devono essere sintonizzati su coloro ai quali viene portato l’annuncio. In quest’ambito  il vescovo ha rilevato che non si tratta di trovare nuovi catechismi, nuove formule, ma di trovare nuovi modelli di annunciatori, perché chi annuncia deve chiaramente vivere in pieno l’incontro vivo con Gesù, ma soprattutto deve cercare di porre in atto intuizioni e idee per soddisfare la ricerca di senso delle persone: non passa il mio annuncio se io non aiuto che mi ascolta a portare a galla quello che ha dentro di sé, aiutandolo ad incontrarsi con il Signore, che è felicità, pienezza di vita.

Sul terzo verbo, abitare, ha relazionato ancora il prof, Di Rosa cercando di coglierne il profilo relazionale, richiamando l’indubitabile legame con la vita familiare, riprendendo le recenti catechesi di papa Francesco “La famiglia genera il mondo”, con il proposito di rendere domestico il mondo con la famiglia. Il prof. Di Rosa ha così parlato di una doppia correlazione tra la famiglia e l’abitare. La prima relativa alla collocazione territoriale che una famiglia si porta appresso, chiamata a creare legami con il territorio, anche la famiglia spesso è disgregata, perché i figli vanno via per il lavoro, o per il fenomeno dell’urbanizzazione che speso equivale a dispersione. La seconda correlazione è stata individuata nella dimensione spaziale interna della famiglia in cui la casa diventa espressione del modo di vivere la famiglia. Si è domandato il prof. Di Rosa come si vive oggi in famiglia e che tipo di relazione esista all’interno del gruppo familiare, richiamando l’esperienza vissuta da Gesù all’interno della famiglia, poi nell’episodio del miracolo di Cana, traducendo operativamente la circostanza che la famiglia deve essere un luogo di accoglienza, se no vuol dire che ha fallito il suo scopo. Rispetto all’accoglienza si è considerata dapprima la sua valenza interna riferita ai rapporti tra coniugi, coniugi e figli, figli tra di loro riflettendo che è lì che si misura il senso dell’amore della famiglie e per questo bisogna mettere mano alla dimensione del tempo e dell’ascolto, il tempo non solo quantità ma anche qualità, l’ascolto che si apre all’altro e non un rapporto egoistico che alla fine finisce e si cambia pagina, mentre l’amore per sempre è la sfida più grande per un essere umano, un amore per tutti, soprattutto per le famiglie in difficoltà. Infine la sua valenza esterna, con il problema delle migrazioni e c’è da chiedersi come testimoniamo questo tipo di accoglienza; cosa trasmettiamo ai nostri figli che gettano il superfluo e accanto un immigrato vive in un cartone. Bisogna per questo essere testimoni attraverso un processo di integrazione e qui una serie di domande critiche. Come viviamo questa accoglienza? Creiamo questo tessuto di rapporti? In una parola, viviamo l’amore gratuito come modello di accoglienza?

E’ stata poi la volta di Suor Giuseppina del Core, Preside della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium che ha relazionato sul verbo “educare” richiamando la scelta della Chiesa italiana che, partendo dalla situazione di emergenza educativa, per questo decennio ha indicato nell’educare alla buona vita del Vangelo gli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano, perché l’educare costituisce una sfida nuova, veramente grande, e l’educare è una via trasversale a tutte le altre. Educare è così un compito sociale dell’umanità, e tale dimensione è inscindibile dall’evangelizzazione: senza educazione è impossibile crescere come persone umane. Riprendendo una frase del filosofo J. Maritain: “l’educazione dell’uomo è un risveglio umano” suor Giuseppina ha evidenziato come l’educazione sia il dinamismo per mezzo del quale l’uomo forma se stesso ad essere umano, perché educare è umanizzare. Ho sottolineato poi come l’educazione abbia una ricaduta su vari aspetti della vita sociale essendo strettamente collegata con la questione antropologica (senso della vita, concezione dell’uomo) e con i vasti campi dei nuovi saperi e delle nuove tecnologie. Ha evidenziato, infine, come l’educazione sia indispensabile soprattutto in un contesto in cui gli adulti si sottraggono al dovere di educare e come sia necessario riprendere in mano la responsabilità educativa per salvare il mondo dalla rovina. Per questo l’educazione è come una chiave di volta nella complessità della società che può diventare risolutiva dei grandi problemi dell’umanità, spazio in cui le persone si devono formare alla libertà e alla responsabilità. Da ciò discende per la Chiesa un impegno prioritario in tale ambito con la ricerca di tutte le strategie indispensabili per affrontare tale problema con fermezza e impegno.

Mons. Raspanti ha infine concluso con la relazione sul verbo “trasfigurare”, il più impegnativo dei cinque e il Presule ha introdotto il punto riportando una frase della Traccia per il Convegno, riferito al rapporto intrinseco tra fede e carità, dove si esprime il senso del mistero: “il divino traspare nell’umano e l’umano si trasfigura nel divino”,  collegandola con  l’episodio della Trasfigurazione del Signore in cui Gesù assume una figura oltre la sua figura solita, e il divino traspare, cioè non si tratta di una visione diretta, ma di qualcosa di più profondo che si intravede, e l’umano si trasforma in qualcosa di più glorioso, luminoso. E così anche gli uomini e le donne pienamente cristiani assumono una nuova immagine perché sono profondamenti uniti al Signore. Questa trasformazione avviene con un cammino nel tempo, lentamente, con la nostra collaborazione, la nostra maturazione, soprattutto con la vita sacramentale e di preghiera. Il punto cruciale è che non si può uscire, abitare, annunciare, educare se non si è pienamente cristiani. Cristiani come? Aprendo al Signore la nostra mente e il nostro cuore, relazionandoci con lui, specchiandoci nella persona di Gesù che ci chiama e nell’essere volto a volto con lui comprendiamo chi siamo: so chi sono io quando sto di fronte a Lui e gli dico “Mio Signore e mio Dio”, “Tu sei il mio Dio” e Lui di rimando “Tu sei mio figlio”, scoprendo in me la stessa identità di Gesù, quella di essere “Figlio di Dio” e se vedi Gesù comprendi che Lui è rimando ad un Altro, al Padre e conoscendo il Figlio si conosce anche il Padre, anzi scopri che a Lui non puoi andare da solo ma in Gesù, con Gesù perché Lui è Via, Verità e Vita. Mons. Raspanti ha quindi concluso affermando che la liturgia e la carità sono il dispiegamento di tutto questo, perché nella liturgia e con la carità viviamo questo incontro con Dio e con l’umanità come in una medaglia a due facce, perché “chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede” (San Giovanni) e perché la fede “se non ha le opere, è morta in se stessa” (San Giacomo).

Alla fine delle relazioni gli interventi dei presenti hanno consentito di affrontare alcuni aspetti delle relazioni per maggiori chiarimenti e riflessioni.

Ha concluso la serata il nostro vescovo che nel suo breve intervento ha affermato che se al centro di tutti c’è Dio, se Dio è amore e io mi rapporto a lui, in questo centro riscopro me stesso e uscire diventa un entrare in noi stessi e nell’altro e in questo entrare in noi stessi e in Dio noi riportiamo (richiamando il termine relazione e accostandolo al verbo latino refero=riportare) tutto quello che noi abbiamo dentro. Il vescovo ha fatto propria una frase di san Filippo Neri (in te c’è tutto quello che l’amore di Dio può fare) invitando i presenti ad avere sempre un atteggiamento positivo, di gioia, certi che senza di Dio ciò non è possibile, evitando pessimismi permanenti che alimentano dubbi e insicurezze. Ha invitato, pertanto i presenti a riflettere su cosa significhi per la nostra Calabria, per la nostra Piana “in Gesù il nuovo umanesimo” con l’augurio di poterci rivedere l’anno prossimo e chiederci cosa significhi lavorare nella Piana per un nuovo umanesimo, educare, rispettare per l’altro. Ha chiesto infine di pregare per il Convegno perché la Chiesa italiana possa aiutare il cammino di tutta la Nazione e il Signore ci aiuti a rinnovare la nostra Chiesa e la nostra vita.

 

Cecè Caruso


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