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09/Dic/15

Incontro Seminariale

Il 30 novembre si è svolto presso l’Auditorium diocesano di Rizziconi, il primo incontro seminariale in preparazione alla pubblicazione, nella Solennità di Pasqua 2016, del documento “Dalla Liberazione alla Comunione – Principi e norme per Feste e processioni nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi”. A questo seguiranno altri due incontri che il nostro Vescovo, Mons. Francesco Milito ha voluto specificamente destinare a catechisti, insegnanti di Religione cattolica, membri dei Consigli Pastorali parrocchiali e dei Consigli Affari Economici parrocchiali e membri delle Confraternite, cioè a persone che più delle altre devono essere convinte del perché certe cose si fanno in un certo modo, perché nella nostra Chiesa locale si attui una rivoluzione cultuale e culturale che a partire dalla centralità del Mistero pasquale trasformi le forme di religiosità popolare in forme di evangelizzazione.

La relazione è stata tenuta da don Ignazio Schinella con la solita chiarezza e competenza che lo contraddistingue, il quale attraverso l’utilizzo di slide ha trattato  questi tre punti:  1° – Tra esperienza, storia e istituzione; 2° – L’umanità di Cristo, la figura sacro-santa del cristianesimo; 3°  – Quali chiavi teologiche, pastorali nonché antropologiche ci possono guidare in questo cammino di comprensione.

Il primo punto, vale a dire il vissuto della nostra gente, come si è formata la festa cristiana. Evocando la presenza del mistero pasquale nelle carni di Natuzza Evolo, don Ignazio ha evidenziato come nella festa il momento dell’incontro tra gli uomini è mediato dalla Pasqua di Cristo, centro dentro cui passa (Pasqua=passaggio) ogni relazione umana e cosmica. Richiamando Tt 2,12 don Ignazio ha affermato che la “grazia che educa” è la Pasqua, perché è la festa del dono, festa cosmica perché il creato vive di dono. Il Dna della Pasqua modula i nostri costumi perché la pasqua ci dice che il sacro e il santo sono esplosi perché il sacro non è soltanto qualcosa di intangibile; l’intangibile è diventato il re che incamera il peccato dell’uomo, che si sporca con la nostra miseria; il sacro non è ciò che non si può toccare, perché il santo cristiano lo ha in certo qual modo assunto e redento.

Quindi la festa centrale è la Pasqua, poi sono venute il Natale e l’Epifania, e poi sono aggiunte la memoria della Madonna e quella dei santi e dei martiri, che sono il frutto dello Spirito Santo. Quindi nel DNA delle feste noi abbiamo un centro e una sorgente e se le feste non hanno questo centro e questa sorgente non sono cristiane.

Il relatore si è domandato poi che cosa connota la festa cristianamente e antropologicamente intesa. Per prima cosa il convenire del popolo in assemblea. Il carattere proprio della festa è la comunità. Nella visione nuova del Concilio la Chiesa, è il popolo di Dio, che si riunisce per celebrare nella gioia la memoria di un avvenimento passato, nel giorno dell’anno che corrisponde a quello del verificarsi dell’evento storico per mezzo della celebrazione dell’eucaristia.

Il secondo punto, l’umanità di Cristo, la figura santo-sacra.

Per comprendere il senso del sacro bisogna partire dalla figura di Gesù Cristo. Il contributo specifico del sacro nel cristianesimo è che il figlio di Dio si è fatto uomo e con la sua risurrezione l’umanità ha avuto accesso a Dio, anzi nell’umanità risorta di Gesù Cristo, siede fisicamente accanto a Dio; ma proprio perché Gesù ha un corpo, significa che lui continua ad avere un legame con gli uomini, con il cosmo, è presente, vive nel mondo, si incontra con il mondo. Ora quando parliamo del corpo di Cristo ci riferiamo sia al corpo fisico di Gesù, al suo corpo eucaristico e al corpo eucaristico che tende al corpo ecclesiale. Noi spesso ci siamo fermati al corpo eucaristico, il sacro, ma perché ci sia il santo occorre che fare dell’umanità e dell’universo un unico corpo con Cristo. 

Due leggi del santo “cristiano”.

1)    La legge della croce: ci insegna a far fronte al peccato trasformando il male in bene. La vita cristiana dinanzi alla violenza non oppone la vendetta ma propone il perdono dei nemici e la sopportazione del male, facendo il proprio dovere.

2)    La legge della causalità storica: il mistero della redenzione non trasforma solo l’interiorità dell’uomo, ma anche la storia, il territorio, le strutture, per cui crea un nuovo ordine del mondo, non come frutto automatico della celebrazione eucaristica, ma frutto della trasformazione dell’uomo. Quando non c’è la volontà della trasformazione, la festa cristiana non raggiunge il suo scopo.

Il relatore si è domandato a questo punto quali siano le chiavi interpretative che possiamo avere soprattutto a partire dal nostro vissuto per far sì che la festa sia autenticamente cristiana, considerato che Gesù quando entra nel quadrante della storia non appare mai solo ma con il suo popolo e la sua Chiesa e il compito della Chiesa è che l’amore misericordioso di Gesù sia reso sensibile agli uomini in un ambiente umano favorevole alla testimonianza di questo amore, al suo sviluppo e alla sua espansione.

Primo aspetto: le feste devono essere la traduzione della misericordia di Dio. La pietà popolare si radica e produce nella cultura del popolo di Dio il mistero della pietà e della misericordia.

Secondo aspetto: le feste sono luoghi che hanno molto da insegnarci. Ogni festa dovrebbe essere studiata per capire perché è nata, per comprendere che cosa c’è oltre il folklore e per questo c’è bisogno di mistagoghi, sacerdoti e laici capaci di introdurre  la gente nel mistero nascosto delle feste popolari, perché, come indica papa Francesco nell’Evangelii gaudium (n.24) il punto terminale della Chiesa “in uscita” è  quello della festa, per cui la comunità evangelizzatrice e gioiosa sa sempre festeggiare. Per questo la festa deve partire dall’Eucaristia e condurre all’Eucaristia, Sacramento del dono che perdura nella cultura del dono, che perdura nella cultura della presenza.

Richiamando poi il carattere fondamentale della festa, la collettività, tutto il popolo di Dio, don Schinella ha sottolineato l’importanza della presenza nella festa del ministero ordinato, soprattutto del vescovo e del parroco che lo rende presente nella comunità ma ciò che è più importante perla festa cristiana è che tutto il popolo di Dio, tutti, ricchi e poveri, sia presente perché tutti abbiamo bisogno di un senso di fronte alle prove della vita. E’ soprattutto importante il richiamo alla comunione dei Santi: non esiste mai un richiamarsi al santo per dividersi, ma solo un essere solidali, in comunione tra tutte le diverse componenti.

Riportando poi la parola del Deuteronomio “Tra di voi non vi sia alcun povero” e richiamando il profeta Neemia, don Ignazio ha fatto riferimento alla carità e alla solidarietà: non può esserci festa se  i poveri e gli emarginati restano ai margini. Quindi la gioia del cibo, ma anche la condivisione per onorare come dice san Giovanni Crisostomo “il corpo di Cristo presente nell’affamato, nell’assetato”.

Ma allora cosa dire del consumismo delle nostre feste?  Il relatore dopo il naturale richiamo alla sobrietà, ha tuttavia evidenziato i frutti spirituali, culturali che ne derivano, anche se bisogna stare attenti stando attenti perché la festa diventi fonte di guadagno per qualcuno.

Soffermandosi sulle processioni che non devono farsi mai senza la presidenza del parroco o del ministro ordinato, mostrando il volto della comunità gerarchica in cammino verso il regno, se ne è evidenziata l’importanza perché le processioni sono manifestazione comunitaria della devozione di un popolo, coltivano il sentimento religioso, scuotono l’indifferenza religiosa e sono la testimonianza di un popolo che percorre le strade della vita e della storia con la volontà di fecondare la terra con i valori che vengono da Dio. Il portare i santi lungo le nostre strade è un dire che loro sono passati nella storia facendo del bene, come Gesù; è inoltre un forte richiamo alla conversione per tutto il nostro contesto sociale, perché i santi ci hanno preceduto nell’esempio della carità, dimostrandosi forti nei confronti di persone prepotenti, perché il credente è un seguace di Gesù Cristo, grazie al battesimo che ci inserisce come soldati di Cristo e ci fa fare parte della squadra dello Spirito Santo.

Un richiamo a questo punto alle confraternite, che come forme antiche e nuove della manifestazione della carità, devono far sempre presente il vangelo sociale della carità cristiana come etica delle opere di misericordia spirituali e corporali e che, come dice Papa Francesco, devono essere caratterizzate dalla evangelicità, dall’ecclesialità e dalla missionarietà.

Don Ignazio nella sua conclusione ha richiamato il criterio della legge pastorale di incarnazione e di gradualità e di progressione pastorale, che deve mirare ad elaborare strategie per aiutare i fratelli, a partire da pratiche di devozioni popolari belle ma talora del tutto esteriori, ad avanzare passo passo sul cammino della perfezione evangelica e anche a lasciarsi interpellare nelle loro scelte di vita dalla radicalità dell’etica cristiana sia sul piano sociale che su quello individuale e personale. In questo senso importante quello che dice Papa Francesco: “Date più importanza al tempo che alla spazio perché Dio è più paziente di quanto noi siamo pazienti” e le parole del cardinale Ratzinger: “la fede semplice dell’uomo semplice” e per questo l’auguro finale di don Schinella: “che possiate avere sempre rispetto delle gente semplice, umile, che Dio ama e alla quale Dio rivela la sua sapienza e la sua bontà”.

Dopo i numerosi interventi dei presenti per sottolineare alcuni passaggi del relatore e per richiedere ulteriori spiegazioni, il vescovo nelle sue conclusioni, ha affermato che abbiamo bisogno di conoscere bene le dinamiche storiche, teologiche, ambientali della pietà popolare, per conoscere ed educare, cioè far sì che il senso vero delle cose venga sempre in evidenza, per correggere, ed esaltare il bello delle cose perché questo fa il bello della festa. Perché questo avvenga il vescovo ha sottolineato che noi abbiamo bisogno di recuperare il senso genuino per vivere la genuinità del senso, cioè ritornare a educare al senso del genuino, tenendo presente che tra il sacro, il santo e l’uomo c’è sempre il Dio vivente che dà il senso vero a tutto. Questo è importante perché purtroppo ancora tanto nostro cattolicesimo è stato battezzato ma mai convertito.

In tal senso è indispensabile il ricondurre alla genuinità il culto anche attraverso le forme esterne perché una cosa è certa: ciò che santifica veramente il tempo o ciò che ci fa capire cos’è veramente il tempo non sono le devozioni, ma la liturgia che ci fa comprendere come il tempo, dono di Dio, va vissuto secondo le categorie di Dio nelle quali le categorie dell’uomo ricevono il vero senso. Per questo il vescovo ha affermato che è necessario il legame della festa con il mistero pasquale, perché tutto deve riportare a questo senso, perché emerga sempre la vittoria del mistero pasquale sui santi.

“In tale direzione – ha concluso il vescovo, dando appuntamento ai presenti al secondo incontro, il 25 gennaio, su “Maria e i santi, tra culto devozione e pietà popolare” –  va tutto quello che si sta facendo per vivere la festa in modo più collaborativo, perché la festa sia veramente espressione della pietà popolare, della nostra fede in Dio”.

 

Rosario Rosarno

 

 


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