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17/Dic/15

«La delicatezza di Maria non è ipocrisia e sorrisetti, ma donare la misericordia ricevuta»

Si è svolto ieri, presso la chiesa parrocchiale “Maria SS. Immacolata” di Polistena, il terzo appuntamento per l’apertura delle porte sante nella Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi. Così come per le prime due cerimonie, l’affluenza dei fedeli è stata massima, con la chiesa che ha cominciato a vivere l’atmosfera giubilare già alcune ore prima dell’apertura. L’intera comunità parrocchiale era in gran fermento e non ha fatto mancare la propria presenza per un evento straordinario come quello del Giubileo della Misericordia. Un evento di un’importanza elevatissima, come sottolinea il parroco, don Elvio Nocera. «Come già spiegato nella fase di preparazione all’evento per la parrocchia – spiega don Elvio – l’apertura di una porta di Misericordia ha un duplice significato. Un primo binario, che possiamo definire come Verticale, è quello che ci deve portare ad interrogarci sul fatto che Dio voglia donarci Misericordia e, dunque, far aprire la porta del nostro cuore alla Misericordia Divina. Il secondo, un binario Orizzontale, è quello che deve spingerci a donare la nostra Misericordia. Tanto più grande è la Misericordia che riceveremo da Dio, tanto più grande sarà la Misericordia che noi doneremo ai nostri fratelli».

«Per quanto riguarda la città di Polistena – continua Don Elvio – credo che essa abbia bisogno di tanta pacificazione. Mi riferisco in particolar modo alle famiglie, che qui in maniera più accentuata rispetto ad altri centri, vivono drammi legati alla loro divisione; mi riferisco ai genitori che non hanno più rapporti con i figli o a fratelli che non si parlano fra loro. Credo che questa sia un’occasione che il Signore da per far partire questa pacificazione dall’interno, partendo dalla nostra vita di cristiani, vivendola all’interno del nostro ambiente». La città Polistena è conosciuta, infatti, anche per la sua vita notturna, animata dalla cosiddetta “Movida”, che molte volte può rappresentare un viatico di smarrimento per i giovani. A tal proposito, don Elvio Nocera dichiara: «I giovani hanno bisogno del loro svago e dei loro momenti lucidi, hanno però bisogno di una guida, di qualcuno che li aiuti a fare una sintesi. Non c’è nulla di negativo nel vivere la Movida, tuttavia è necessario insegnare come viverla. Credo che le comunità tutte possano avere un ruolo fondamentale in tutto ciò, i giovani non vengono privati del loro divertimento, ma devono essere orientati verso la strada giusta, per far sì che il loro divertimento non sia esagerato e controproducente». In merito alla celebrazione dell’apertura della porta Santa nella sua parrocchia, don Elvio spiega: «Il rito di apertura in una Chiesa Giubilare è un rito più contenuto dal punto di vista liturgico rispetto a quello che ha avuto luogo nella Chiesa Cattedrale di Oppido. Le aperture delle porte di Misericordia “secondarie” sono un atto di benevolenza che il Papa ed il Vescovo diocesano fanno nei confronti di quelle persone che, per vari motivi, non sono nelle condizioni di fare il loro pellegrinaggio a Roma o nella Chiesa Cattedrale. Il rito è semplice, quanto significativo. Una porta che si spalanca su una chiesa non è solamente la porta di un edificio che si apre, si tratta invece di un edificio che si apre al mondo, così come indica Papa Francesco quando dice che la chiesa che lui desidera è una chiesa in uscita. Al giorno d’oggi, non è più sopportabile una Chiesa che sta ferma e attende. La Chiesa che Papa Francesco vuole è una Chiesa che vada in cerca di coloro che sono lontani, tenendo al sicuro nell’ovile coloro che sono pecorelle già presenti». Don Elvio aggiunge poi: «Credo che il rito dell’aspersione, quello che si svolge all’inizio della celebrazione, non appena la porta Santa è stata aperta, abbia un significato del tutto emblematico. Per vivere la Misericordia e per vivere l’Anno Santo in pienezza non serve molto, serve vivere pienamente e con coerenza il proprio battesimo. Il rito dell’aspersione ci ricorda che il cristiano non è quello delle devozioni e delle processioni, ma quello che, vivendo le opere di Misericordia corporale e spirituale, vive con pienezza il suo battesimo». E conclude: «A nulla servirebbe fare processioni, se poi lasciamo il povero ai bordi delle strade, l’affamato morto di fame, l’assetato morto di sete, il forestiero non accolto o il vicino che vive in solitudine lasciato solo. Vivere il battesimo vuol dire portare l’immagine di Gesù nella nostra vita quotidiana per far sentire al prossimo che egli è l’Emmanuele, Il Dio con noi».
Alle parole del parroco della chiesa Maria Ss. Immacolata fanno eco quelle del vescovo, mons. Francesco Milito, durante l’omelia tenuta nel contesto della celebrazione giubilare: «È forte la tentazione di trovare altri punti di appoggio nella nostra vita al di fuori della presenza di Cristo. È vero che anche all’interno di una fede pura, c’è tanta imperfezione. Ma se ci sono volte in cui chiediamo aiuto perché ci si sente persi, altre volte poniamo direttamente la nostra esistenza in chi si sente potente o onnipotente. La salvezza, sta soltanto nel Signore. Egli è il solo Unico, il solo Giusto, il solo Salvatore. E quando per noi il rifugio non è in lui, siamo persi in anticipo. Quando pensiamo che la nostra vita possa dipendere da altri semi-dei, abbiamo sbagliato direzione». Cercando poi di attualizzare la Parola ha proseguito: «Credere nel Dio del popolo di Israele è difficile perché difficile è vedere come ci Egli ci salva. Sorge spontanea la domanda: “dove sei Signore nei momenti di buio, dov’eri signore quando mi sentivo abbandonato?” Ma vedere in lui la direzione della salvezza è un percorso interiore che affina la nostra sensibilità alla sua presenza nella nostra vita». E richiamando alla figura del Battista ripresa dal vangelo, il Vescovo ha continuato: «Giovanni Battista, nel buio della sua vita in cui si trovava in carcere per colpa di qualche potente di turno, si pone la sincera domanda e manda i discepoli a chiedere al Cristo “Sei tu il Messia che da secoli si attende? Ha motivo questa mia sofferenza?”. E Gesù, rimandando alla sua più grande manifestazione di sé in cui chiama beati chi soffre nella povertà, indica Giovanni come il povero per eccellenza, che nella prigione offre la sua testimonianza di fede». «Questa povertà – ha aggiunto mons. Milito – già guardata nella discepola/madre Maria e grandemente esaltata dal vero Signore, ci aiuta a riconoscere nell’Immacolata la “delicata” nei confronti di Dio e con gli uomini. Delicatezza non è una serie di sorrisetti di facciata, ipocrisie, smancerie, sofisticherie, prese in giro o per i fondelli che mostrano quella negazione dell’altro non voluta da Gesù. Ma la delicatezza che avvolge l’Immacolata è la capacità di sentirsi visitati da Dio, perché perdonato, graziato, e poi applicare questo nei confronti degli altri».
E in conclusione: «Nell’anno della misericordia dobbiamo avere tutti la delicatezza di Maria. Non posso parlare dell’altro come fosse il mio zerbino, non posso permettermi di dare giudizi all’altro che mi sta accanto. La delicatezza non può che portarmi a dire anche la più grande delle verità, ma con il continuo aiuto nella crescita reciproca. Non dobbiamo permettere mai che la nostra bocca esprima contraddizione di ciò che diciamo in chiesa. La nostra bocca sia la vera porta della misericordia».
Al termine della celebrazione don Elvio, nel ringraziare le autorità civili e militari convenute per l’occasione, ha aggiunto un ringraziamento particolare per le signore che hanno permesso che la chiesa dell’Immacolata mostrasse nel suo splendore un vero giubilo. Al vescovo la comunità parrocchiale ha fatto dono della mitria indossata durante la celebrazione.
 
Rosario Rosarno

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