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02/Feb/17

Giornata della Vita Consacrata celebrata dal Vescovo presso il Santuario ‘Madonna del Carmine’ in Palmi

Giovedì 2 febbraio presso il Santuario ‘Madonna del Carmine’ in Palmi, il Vescovo Francesco ha presieduto la concelebrazione eucaristica in occasione della Giornata della Vita Consacrata. Alla presenza di numerose consacrati e consacrati residenti in Diocesi e al Delegato per la vita consacrata, padre Carmelo Silvaggio, ha tenuto un’omelia in cui ha assicurato la sua «fervida preghiera per i consacrati e le consacrate perché siano i nuovi pastori della notte di Betlemme per annunziare agli altri la venuta di Dio».

Il Vescovo ha iniziato i suo pensiero omiletico riferendosi al gesto compiuto da Maria e Giuseppe, genitori di Gesù come il primo grande atto di fede della famiglia di Nazareth: «Un editto dell’imperatore porta i genitori di Gesù senza che questo figlio ancora fosse nato ad adempiere ad una prescrizione di legge. E così tra i cittadini dell’impero ce ne sarà uno nuovo ad aggiungersi ai tanti cittadini di Roma. Una prescrizione dell’antico Israele porta i genitori di Gesù al tempio di Gerusalemme che va ben oltre le leggi dello Stato ed invece si ferma alla vita nello Spirito. Ecco perché questi pii israeliti vivono col loro figlio la prima grande esperienza di fede. Gesù non ha coscienza, ma poteva anche non essere portato. I genitori ne hanno coscienza e lo portano perché questo figlio, primo e unigenito, deve avere il suo ingresso nella storia come tutti i figli di Israele: offerto al Signore in ricordo di un prodigio degli antichi padri che hanno avuto la libertà dalla terra dell’esilio. E lo riscattano, come prescriveva la legge, perché fosse consacrato per sempre al Signore, lui, il consacrato per eccellenza».

Il Vescovo ha sottolineato come «nella coscienza di Maria e di Giuseppe c’è la fedeltà a ciò che viene chiesto loro e che per noi è un grandissimo insegnamento. La famiglia – facendo riferimento alle memorie di Lucia di Fatima – è il tabernacolo, l’ambiente per eccellenza in cui si imparava a conoscere il Signore per giungere alla sua voce. Ecco perché ciò che Maria e Giuseppe compiono diventa per tutti i tempi e tutte le famiglie non già una norma, ma un esempio che, se profondamente vissuto fino in fondo e coltivato, darebbe dei risultati bellissimi. Capire che i figli sono di Dio, appartengono a lui e che se per grazia di Dio sono venuti in questo mondo, con la sua grazia si devono portare a Dio».

E dopo il chiaro riferimento alla catechesi familiare, luogo in cui si annuncia la Parola di Dio ai figli, il Vescovo ha evidenziato come «in questo tempo in cui già della famiglia si dicono cose che nel corso della storia degli uomini e dei popoli mai erano state pensate, propagandate, fatto oggetto di violenza da sistemi di pensiero così assurde quanto letali, perché se viene colpita la famiglia viene colpito il DNA dell’umano, bisogna credere che agli inizi della famiglia c’è un Dio Creatore che ha voluto l’uomo e la donna. È un dato di fatto – ha continuato mons. Milito – che quando la famiglia non viene aiutata, che quanto più nei suoi confronti si compiono dei veri attentati, c’è da temere per il futuro prossimo ed anche per il presente». La famiglia, dunque, il luogo in cui «l’esempio dei genitori si svolge in un clima di grande intimità, di grande luce e di grande gioia».

Il Vescovo Francesco ha poi rivolto il pensiero ai consacrati presenti facendo riferimento alle figure evangeliche di Simeone e Anna: «Nella visita al Tempio, Simeone viene finalmente appagato nel desiderio che gli era stato promesso. La sua parola di vegliardo è una parola profetica: e nel senso che dice chi è il bambino, e nel senso che del bambino dice che sarà il futuro. E quando usa quell’espressione, che mette insieme l’essere di questo Figlio gioia e consolazione di Israele, ma anche forte contraddizione, uno che spaccherà la storia, e queste parole le rivolge a Maria, ci da di questo bambino, sin dai primi tempi della sua nascita, tutta la fotografia futura. Interessa solo quel bambino con quelle parole? Interessa noi! Tutto ciò che del mistero di Cristo riguarda la persona di Gesù, riguarda anche i suoi seguaci, quelli che come Lui e con Lui al Signore consacrano la vita».

«Oggi – ha continuato il Vescovo – noi celebriamo proprio la festa della Vita consacrata e viene inserita proprio in questo contesto particolare proprio perché, come un giorno Gesù è stato portato e consacrato, un altro giorno per grazia di Dio, tanti qui presenti, uomini e donne, avete risposto a questa chiamata, a questa richiesta del Signore. Ma da quel momento e dal giorno del Battesimo, consacrazione di tutti i battezzati, di tutti i credenti, qual è la sorte? È la stessa che si annunzia a Maria! Il cristiano – ha sottolineato mons. Milito –  nella storia è sempre una presenza che, con la sua grande speranza in Dio e il suo affidamento, non può che essere motivo, agente, attore, di cose belle, di collaborazione alla felicità degli altri, nonostante l’esistenza abbia delle pagine tristi. Il cristiano è qualcuno che fa si che la vita sia vivibile, sopportabile. Ma il cristiano sa pure che se vive autenticamente sarà sempre in contraddizione, nel senso che la sua presenza non è ben accetta, non è ben voluta. Perché il suo stile di vita spiazza, contraddice a ciò che non è secondo Dio. Ecco perché oggi la contemplazione di questo episodio della vita di Gesù è la contemplazione della vita cristiana. E noi facciamo bene a non dimenticarlo questo, perché certe volte noi vorremmo che la giornata dei consacrati scorra liscia come una bella giornata di sole, senza difficoltà, senza dubbi, senza intemperie. Non è così. Questa è una grande tentazione che porta lontanissimi da ciò che è il Vangelo. Ecco perché oggi noi contempliamo nel Mistero del Signore la stessa realtà dell’uomo. Ma come Lui, consacrato a Dio, gli chiediamo forza e coraggio perché il futuro è sempre di Dio, affidato a Dio, e lui lo coltiva perché altri possano riconoscerlo».

Ed in conclusione il Vescovo si è riferito direttamente ai consacrati: «La persona consacrata ha un suo senso per esserci, la certezza che la sua presenza non è fuori posto finché segue le orme che Gesù ci ha dato. Dopo aver compiuto tutte le cose prescritte, Gesù ritorna con i suoi a Nazareth e continua a crescere nello Spirito. Anche noi cresciamo in età, sapienza e grazia dopo la nostra consacrazione al Signore. Ma se, quando raggiungiamo un’età più o meno rispettabile, sembra che tutto sia a posto, non è possibile dire agli altri ‘accettami così come sono oppure ti arrangi’, perché significa chiudere l’iniziativa di Dio nella nostra crescita che ci accompagna fino a quando vuole Dio. Simeone attende da una vita questo momento, e Anna, con settantaquattro anni vissuti da vedova, con una vita impostata con il Signore, ci dice come sia possibile vivere secondo grazia e fedeltà. San Simeone e sant’Anna ci insegnano cosa vuol dire la fedeltà al Signore lungo gli anni dell’esistenza, che non sempre è scontata da parte nostra. Dal Signore non ci sono dubbi, perché è l’Amore fedele per eccellenza. Da parte nostra i dubbi possono essere continui, ma più che a livello mentale a livello pratico non corrispondiamo continuamente alla sua fedeltà. Loro ci danno il senso della permanenza del suo amore».


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