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Convegno di inaugurazione della chiesa di ‘San Gaetano Catanoso’ su terreno confiscato ai clan

Momento di grazia in questi giorni per la Chiesa di Oppido Mamertina – Palmi.

Dopo 15 anni fra burocrazia e lavori effettivi la nuova chiesa della Parrocchia di San Gaetano Catonoso a Gioia Tauro venerdì 20 ha aperto le sue porte ai fedeli. E nella giornata di giovedì con un convegno dal titolo ‘Ora… Il luogo sul quale tu stai è luogo santo (Es 3,5): Iter di una conversione simbolo’, tenutosi presso la Chiesa Tenda e di fronte a decine di autorità religiose, civili e militari, è stata presentata al pubblico.

Ad intervenire sono stati il vescovo di Oppido-Palmi mons. Francesco Milito, il direttore dell’Ufficio Tecnico Diocesano ing. Paolo Martino, mons. Giuseppe Demasi già vicario generale, don Valerio Pennasso della Cei, la quale ha contributo alla costruzionee, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, i due parroci della Parrocchia di S. Gaetano Catanoso, ovvero don Pasquale Galatà, primo parroco, e don Giovanbattista Tillieci, parroco attuale. Il prefetto di Reggio Calabria Michele di Bari  con il sul intervento, oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, cioè di una chiesa che per prima volta in Italia sorge su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta, ha letto una lettera del ministro dell’Interno Marco Minniti. A porgere i saluti attraverso una lettera presentata dal Vicario Generale, mons. Giuseppe Varrà, anche mons. Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza Episcopale Calabra; presenti inoltre il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, il Questore di Reggio Calabria Raffaele Grassi, il colonnello Provinciale dei Carabinieri Giuseppe Battaglia oltre ad altre autorità militari e civili. Hanno reso ancora più ricca la serata la presenza  di mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea e mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace.

Il nostro Vescovo Francesco, nello spiegare ogni singolo elemento della nuova chiesa – ideata e progettata da Paolo Zermani, con un’architettura minimalista e monumentale, e costruita grazie ai contributi della Cei dell’8 x Mille – ha sottolineato in primis il luogo in cui essa è sorta, non solo perché un luogo confiscato alla ‘ndrangheta ma anche perché vicino all’autostrada, quindi «quasi una stazione di servizio nei percorsi quotidiani della vita, un rifugio per fermarsi a contatto con Dio». Mons. Milito ha poi proseguito spiegando uno ad uno i tanti simboli all’interno della maestosa chiesa (che per dimensioni nella Diocesi è seconda solo alla Cattedrale di Oppido Mamertina) ovvero l’altare, le croci, l’ambone, la sede, il tabernacolo una sorta di «concentrato simbolico della storia, della fede, dell’arte del territorio pianigiano e aspromontano: una specie di scrigno della memoria dell’uomo che lo ha abitato, illuminata, recepita, redenta nella memoria di Dio Salvatore».

Di particolare rilevanza l’altare, dove è presente l’unico tocco di colore all’interno del tempio (oltre alle parti in oro dell’ambone e delle croci): il rosso, in «richiamo al sacrificio di Cristo, sangue che lava ma che ricorda anche il sangue che in queste zone è stato versato per molto tempo, sangue sacrilego sempre perché non c’è mai motivo di uccidere». «Quindi una sorta di ammonimento – ha proseguito mons. Milito – perché solo il sangue di Cristo redime, atti di sangue non servono a niente».

Tullia Morabito


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