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La IV Sessione del Sinodo Diocesano

 

Si è tenuta nel pomeriggio di venerdì 26 febbraio 2021 nei locali del Piano Terra della Parrocchia “San Gaetano Catanoso” nella nuova Aula Sinodale composta dalle tre sale, San Pietro, San Giovanni XXIII e San Paolo VI, la IV Sessione del Sinodo Diocesano.

Dopo la preghiera, per iniziare con atteggiamento orante e spirito di servizio la nuova sessione, i lavori sono stati introdotti dal Segretario Generale del Sinodo, don Domenico Loiacono, che con il fare metodico e puntuale ha spiegato quale sarebbe stata l’ordine dei lavori della giornata. Moderatore dell’incontro è stato don Emanuele Leuzzi che in breve ha esposto quale sarebbe stato il tema e specificamente, dopo di quello sulla Chiesa svolto da don Cosimo Furfaro nella III Sessione, quello della Chiesa “In cammino” che si rivolge soprattutto ai poveri, e alle tantissime realtà che attendono presenza e risposte dalla nostra Chiesa locale. Ha poi presentato il relatore, don Pino De Masi.

Don Pino, tralasciando all’approfondimento personale gli aspetti riguardanti altri ambiti, ha indirizzato la sua attenzione su “la Chiesa in cammino… a fianco dei poveri”, invitando i membri sinodali ad avvertire la consapevolezza di essere destinatari di un dono da accogliere con gratitudine ed inviati per farlo fruttificare, recuperando nell’incontro con Gesù e la sua Parola la gioia di vivere e l’entusiasmo di essere comunità che si spende per la sua causa perché “la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Occorre per questo tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo perché, come afferma papa Francesco nell’Evangelii gaudium, “non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa infonde. Io sono con voi”.

Ha proseguito poi affermando che per comprendere la nostra chiamata è importante partire dal volto di Gesù, il volto di un Dio che ha assunto la condizione di servo umiliato e obbediente fino alla morte, il volto simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. La Chiesa, per questo, deve essere in ascolto e fedele alla sua storia, intercettando le sfide del nostro tempo e tutto ciò che accade attorno a noi.

Richiamando l’incipit della Gaudium et Spes che ci parla di una Chiesa solidale con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono” don Pino ha invitato a guardare quello che accade attorno a noi e a non considerarlo come qualcosa che non ci interessa ma a lasciarci interrogare, mettendoci in discussione soprattutto in questo tempo particolare di pandemia, non chiudendoci e alzando muri di difesa, arroccati nell’autoreferenzialità, ma accogliendo l’invito di papa Francesco durante il suo intervento al Convegno di Firenze, ad essere “Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa”.  Si comprenderà così come il compito principale della comunità cristiana sarà quello di incontrare gli uomini in carne ed ossa con la preferenza per gli ultimi, i poveri, gli infermi, i dimenticati, “coloro che non hanno da ricambiarti”.

Diverse le domande di don Pino. Perché la scelta preferenziale per i poveri e gli emarginati? Perché nel cuore di Dio c’è un posto speciale per i poveri e Gesù durante il suo ministero ha sollecitato continuamente la pratica della misericordia annunciando che un giorno giudicherà tutti gli uomini in base alle opere di carità che avranno compiuto verso i più piccoli, quindi fede creduta e celebrata ma confermata e resa viva dalle opere di misericordia perché “senza l’opzione preferenziale per i più poveri, l’annuncio del Vangelo – come afferma papa Francesco – rischia di essere incompreso”. La fedeltà a Cristo e al suo Vangelo spinge invece il cristiano ad attivare e giustificare prassi che vadano nella direzione della inclusione sociale dei poveri. Occorrerà per questo agire con la logica del Buon Samaritano.

Soffermandosi sul testo della Parabola don Pino ha spiegato che il viandante che scendeva da Gerusalemme a Gerico rappresenta, per noi oggi, l’umanità ferita e le dense ombre che gravano su di essa, scorgendo in esse uomini e donne che subiscono la fame, povertà, oppressioni, invasioni, guerre, sequestri, violazione dei diritti umani, soprusi, umiliazioni, tratta, schiavitù, razzismo, migrazioni, emarginazioni, ingiustizie, divisioni e quant’altro mentre il Buon samaritano raffigura il modello per sperare e operare in vista di una fraternità universale e di un’amicizia sociale, esempio di fraternità e di responsabilità per la condivisione dei beni comuni e via per costruire relazioni sociali diverse in cui la vita diventa tempo di incontro.

Cercando di attualizzare nella nostra Chiesa particolare di Oppido Mamertina le riflessioni sopra riportate don Pino ha sottolineato che per essa si presenta una grande sfida, essendo la nostra una terra piena di fragilità e di forme innumerevoli di disagio, di periferie esistenziali create dai briganti di turno. Il compito della nostra comunità ecclesiale è per questo quello di mettere queste periferie al centro del nostro impegno, diventando i nuovi luoghi dell’annuncio cristiano di liberazione con le cinque vie indicateci nel Convegno di Firenze che possono segnare le traiettorie del nostro cammino, anche del vivere la carità: uscire verso ogni periferia e da tutto ciò che ci impedisce di andare oltre, ad es. ritualismo esasperato o atavica rassegnazione; annunciare che l’uomo della Piana non è solo, ma è oggetto di un disegno di grazia, fatto di attenzione e compagnia da parte di una Chiesa povera e serva dei poveri; abitare in pieno questo territorio, amandolo, assumendone le sfide e facendosi carico del cambiamento; educare i fratelli all’impegno caritativo come prioritario; trasfigurare le relazioni e gli ambienti di vita mediante la pratica della misericordia, che sola dà senso e pienezza alla vita umana.

La nostra “sia una Chiesa – ha concluso don Pino – libera e aperta alle sfide del presente” facendosi – come afferma San Paolo – “debole per i deboli, per guadagnare i deboli” e “tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno”.

Dopo una breve pausa, i lavori sono proseguiti con gli interventi programmati e liberi dei membri del Sinodo, interventi che sono già una prova della bellezza del “sinodare” con analisi e proposte molto concrete sui temi trattati.

è intervenuto alla fine il nostro Vescovo, Mons. Francesco Milito, che si è soffermato sull’importanza dell’Instrumentum laboris, non un testo già pronto e messo in circolazione per tutti con uno schema concettuale precostituito, ma frutto del lavoro fatto a livello diocesano che esprime tutto quello che le 800 schede dei desiderata pervenute hanno detto, sementi queste delle proprie mani deposte nelle mani di chi le avrebbe raccolto per curarne il germinare ordinato, organico e completo. Di esso il Vescovo ha richiamato l’impostazione tripartita, Chiesa, Cammino e Verità, testo aperto, piattaforma comune su cui organizzare il Sinodo, con il Libro del Sinodo, vademecum delle consegne finali, che sarà espressione del cammino compiuto dal progetto iniziale all’opera finale, ognuno con la sua parte, da potersi dire: “è opera del Signore e nostra, perché così è piaciuto allo Spirito e a noi“.  Ha sottolineato, inoltre, che il testo mira alla collaborazione e alla corresponsabilità che elimineranno in anticipo eventuali risentimenti di non coinvolgimento, e ha indicato poi le sensibilità e i vettori da tenere presente, il partire dalla situazione particolare di questo periodo, tempo del Covid-19 e lo sguardo sul futuro, vero tempo del sinodare, che ci aiuta a guardare con fiducia in avanti, aperti alla creatività e lungimiranti.

Sottolineando che il Libro del Sinodo dovrà per questo essere un testo profetico ma solo se ci sarà conferma della conversione pastorale, unitamente alla conversione spirituale, a livello personale e comunitario, ha affermato infine che i Sinodali dovranno essere i primi profeti perché i primi eletti e la consegna del Decreto di nomina   patente di abilitazione ad entrare nel percorso sinodale, caricati del senso di corresponsabilità per il governo della Diocesi.

Un ultimo accenno il Vescovo l’ha fatto al libro consegnato ai membri sui Sinodi del Vescovi dal 1967 al 2019, in cui viene ricostruita la serie delle Assemblee Sinodali nelle diverse tipologie, richiamando la nascita del Sinodo dei Vescovi e mettendo in risalto l’impegno personale dei pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI e la collaborazione chiesta a fidati uomini di Chiesa, tra i quali spicca il Segretario Generale   del Concilio Vaticano II, Mons. Pericle Felici. Nel suo Diario Conciliare egli racconta dell’incarico che gli affidò Paolo VI di interessarsi del Sinodo e della sua risposta. “Se si tratta di fare la volontà del papa va bene. Personalmente non sono entusiasta. Chissà come funzionerà e cosa combinerà questo Sinodo. Deus nos adiuvet!”. Il Vescovo ha così concluso: “Potrebbe capitare anche a noi qualcosa di simile come a Mons. Pericle Felici ma l’umiltà e la docilità ad andare avanti, nonostante i nostri sentimenti in contrario e perplessità, saranno virtù di fede convinta”.

 

Ufficio Comunicazioni sociali

 

1° Sinodo Diocesano 2020-2022 - Camminare nella Verità - Assemblea Diocesana - IV SESSIONE - 27 Febbraio 2021





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