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La VI Sessione del Sinodo Diocesano

Si è tenuta il 28 maggio nei locali della Parrocchia San Gaetano Catanoso in Gioia Tauro la VI Sessione del Sinodo Diocesano, con la relazione sulla seconda Parte dell’Instrumentum Laboris “In Cammino…come lo fai? Chiesa…che fai?”.

La preghiera di apertura per evidenziare l’importanza dell’evento è iniziata con la lettura dell’Allocuzione del Santo Padre San Paolo VI per la Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio ed è proseguita con l’invocazione allo Spirito Santo dalla preghiera allo Spirito Santo di don Tonino Bello.

È seguita la presentazione, sempre puntuale ed esaustiva, dei lavori della Sessione, da parte del Segretario del Sinodo don Domenico Loiacono.

Subito dopo don Pasquale Galatà ha introdotto l’intervento del relatore della giornata, don Elvio Nocera, con accenno ai suoi impegni anche come Vicario per l’Inculturazione della fede e al suo amore per la Liturgia e e alla sua cura competente delle celebrazioni liturgiche.

Don Elvio, tralasciando allo studio e alla riflessione dei singoli la prima parte, ha relazionato sulla seconda parte nella relazione, e a partire dalle parole di Papa Francesco che all’inizio della Evangelii Gaudium afferma che “la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” si è chiesto “Come comunicare la gioia dell’Incontro con il Risorto?” indicando la risposta in due metodologie proposte dall’Instrumentum Laboris che parla di nuovi linguaggi affrontando il tema dei social e della pietà popolare, muovendosi nel delicato rapporto tra traditio et progressio.

Riferendosi al decreto conciliare Inter Mirifica ha spiegato che questo, anche se riferito ai mezzi allora in uso, stampa, cinema, radio, televisione, enuncia principi pastorali che sono ancora validi oggi nel tempo di Internet e dei sistemi digitali affermando che la Chiesa ha il diritto di usare e possedere questi strumenti nella misura in cui servono per la formazione cristiana, ed “è compito dei laici animare di valori umani e cristiani tali strumenti”. Don Elvio, a proposito del retto uso di questi strumenti, ha spiegato che il decreto si rifà al principio della legge morale e della sua conoscenza da parte di coloro che se ne servono. Circa l’utilità e la necessità dell’informazione ha poi sottolineato che il Concilio afferma che “l’esercizio di tale diritto esige che la comunicazione sia sempre verace, onesta e competente, rispettando rigorosamente le leggi morali, i diritti e la dignità dell’uomo…”. Importante l’affermazione sulla stampa onesta e cattolica che deve essere incrementata per formare e favorire opinioni pubbliche conformi al diritto naturale e alla dottrina e alla morale cattolica. Per ciò che riguarda i film, i programmi radiofonici, il teatro, essi dovrebbero garantire un sano divertimento e valori culturali e artistici sani.

Per ciò che riguarda i social don Elvio ha evidenziato come la Chiesa non si sia sottratta dalla riflessione critica e costruttiva verso questa materia e con riferimento soprattutto  al periodo inziale e più stringente della pandemia, ha menzionato l’intervento di papa Francesco con cui ha ricordato che la realtà ecclesiale non può essere digitale, remota, ma ha bisogno di concretezza perché “la Chiesa, i sacramenti, il popolo di Dio sono concreti… e fare familiarità con il Signore in questo modo è per uscire dal tunnel, non per rimanervi”. L’invito finale per quest’ambito è stato ai presbiteri, religiosi e laici, di usare questi mezzi di comunicazione con la dovuta competenza e a scopi apostolici.

È seguita poi la riflessione di don Elvio sulla pietà popolare con il richiamo alle parole dell’IL che afferma che occorre camminare con il popolo di Dio che si nutre a volte, più di religiosità e devozione che di vera fede. Ha fatto poi un excursus dei pronunciamenti magisteriali in questo ambito osservando che il nostro IL a tal proposito usa i verbi accogliere, discernere, valorizzare, educare, armonizzare, aggiungendo lui purificare ed evangelizzare. Un ultimo riferimento lo ha fatto citando sulla pietà popolare papa Francesco che nell’Evangelii gaudium si pone in continuità con il magistero precedente ma compie un passo in avanti rompendo gli schemi del nostro comune intendere la pietà popolare. Riferendosi all’espressione spesso usata: “quanto ci hanno tramandato i nostri padri” ha spiegato che a volte essa smaschera la nostra incapacità di rendere evangelizzatrice la pietà popolare. Per questo papa Francesco fa comprendere che pietà popolare significa trasmettere la fede in modi sempre nuovi, arricchire con nuove espressioni che sono eloquenti, realtà in permanente sviluppo, spiritualità incarnata nella cultura dei semplici. Occorrerà per questo che la pietà popolare esca dal suo stato di mero folklore per diventare “luogo teologico” a cui dobbiamo prestare attenzione particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione.

Ha poi evidenziato che una nota evidente dei limiti della pietà popolare è quella del rapporto turbato che esiste tra essa e la Liturgia laddove proprio quando i fedeli accorrono in massa a riti della pietà popolare e disertano con estrema disinvoltura la celebrazione della Domenica il concetto della Liturgia è fortemente compromesso se non del tutto svuotato dei suoi contenuti essenziali. Per questo l’ultima parte della relazione della sua relazione è stata incentrata sulla Liturgia e su quale posto occupa nella vita della Chiesa e nella formazione autenticamente cristiana dei fedeli affermando che solo riscoprendo l’autentico significato della Liturgia si può raggiungere la vera armonizzazione con la pietà popolare e la retta celebrazione dei misteri. Ha ripercorso così la “rivoluzione copernicana” operata dal Concilio in merito alla Liturgia riscoprendone il valore rivelativo e salvifico che porta principalmente con sé: la liturgia è Dio che continua a rivelarsi e, all’interno di questa rivelazione, essa è concepita come fase attuale dell’opera salvifica di Dio. Essa è opus Dei perché è lui che si rivela, parla al suo popolo, si incarna, e solo questa dimensione teologale della Liturgia permette la santificazione dell’uomo e ci abilita al culto. Definendo la Liturgia come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo il Concilio afferma che essa è azione sacra per eccellenza, prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano ed è dalla Liturgia e particolarmente dall’Eucarestia che deriva in noi la grazia e si ottiene la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio: “questa – ha detto don Elvio – è la vera idea della Liturgia che noi dobbiamo coltivare”.

L’ultimo aspetto trattato è stato quella della bellezza della liturgia aperto con la domanda “cosa è le bellezza della liturgia?”. Don Elvio su questo punto ha parlato in modo forte e appassionato affermando che le forme umane del bello sono solo un modo per celebrare la gloria di Dio e che la liturgia è bella non quando diventa ricercatezza, sfilata di moda, danza attorno al vitello d’oro che siamo noi, ma quando rivela la bellezza di Dio, la sua stessa carità. Essa pertanto aborrisce la sciatteria, il disordine, la sporcizia, l’impresentabilità delle vesti liturgiche e non mai arbitrarietà ma umile obbedienza alla nobile semplicità del rito romano con un richiamo a fare solo e tutto ciò che è scritto nel rito perché esso è il modo con cui siamo raggiunti da Dio per essere santificati.

Ampio spazio è stato poi dato per i numerosi interventi programmati e liberi con riflessioni su media e uso consapevole dei social, sulla pietà popolare, sulla liturgia domestica, sugli aspetti liturgici delle celebrazioni, sulla necessità di approfondimento della mistagogia, sulla necessità della collaborazione tra sacerdoti e laici, sull’importanza della crescita comunionale tra sacerdoti e diaconi.

Il Vescovo nel suo intervento conclusivo ha sottolineato il fondamento teologico dell’intervento di don Elvio invitando a una Liturgia non sciatta, improvvisata, ma evento di grazia che riesce a trasformare le persone. Ha poi presentato i due volumetti consegnati ai membri sinodali contenenti gli interventi dalla chiusura del Concilio di Paolo VI, primo autorevole catecheta ed esegeta del Concilio Vaticano II che egli, nell’ultimo intervento nell’udienza generale del 21 giugno 1978, pochi giorni prima della sua morte, definisce “luce per la nostra storia”.

Filippo Andreacchio, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali ha infine presentato il nuovo sito della Diocesi e lo spazio riservato al Sinodo,  spiegando  le tecnologie digitali impiegate per collegare le tre sale che ospitano le sessioni. Si è poi soffermato sulla necessità di utilizzare la rete non solo per facilitare le operazioni di voto dei membri, in programma nel mese di ottobre, ma anche per condividere con tutta la comunità diocesana le sessioni, i documenti e lo spirito che anima il cammino di questo primo Sinodo Diocesano. Ha concluso il suo intervento richiamando le parole di Papa Francesco: “la tecnologia deve essere considerata un dono”, affermando che per far comprendere questo dono occorre un’efficace azione educativa, da compiere tutti insieme, passo dopo passo.

Ufficio Comunicazioni Sociali


VI SESSIONE - 1° Sinodo Diocesano 2020-2022 "Camminare nella Verità" - 28 Maggio 2021


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