A poco più di 62 anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, occorrerebbe una riflessione più sistematica e seria sulla “rivoluzione” che il Vaticano II ha innestato in materia di Liturgia. Non possiamo non denunciare, pacatamente e costruttivamente, che le primarie aspirazioni, soggiacenti al testo e in esso esplicitate, restino disattese in maniera impressionante. Non si può, in questo contesto, essere scientificamente accurati; tuttavia abbiamo oggi studi puntualissimi che rappresentano la solida base del mio discorrere.
Voglio subito evidenziare che l’entusiasmo, caratterizzante i primi anni del post-concilio in ambito liturgico, pur avendo avuto delle ottime intenzioni, non è stato accompagnato da quella necessaria formazione che risultava urgente per una adeguata comprensione della Liturgia che lo Spirito Santo, attraverso l’opera meritoria e faticosa dei Padri conciliari, stava affidando alla Chiesa. L’impegno fu rivolto, quasi esclusivamente e celermente, alla revisione dei libri liturgici (riti e preghiere della Liturgia) dando così l’impressione che la consegna conciliare fosse rivolta esclusivamente a una “ri-forma”, decentrandosi – non volontariamente – dall’interesse al “rinnovamento” a cui SC invitava.
Mi spiego meglio: il primario desiderio del Concilio era quello di ridare alla Liturgia il suo vero e più appropriato significato e di attuare una vera e propria iniziazione alla fede tramite la concreta esperienza della vita celebrativa. La riforma dei riti era quindi solo un mezzo, finalizzato a raggiungere lo scopo dell’iniziazione alla fede. Purtroppo è evidente che, in questo senso, il cammino di rinnovamento sia ancora profondamente indietro rispetto alla ri-forma. Anzi nessuna riforma dei riti entrerebbe in una loro meritata comprensione se non ci si interessasse primariamente alla vera natura della Liturgia che il Vaticano II ha desiderato affidarci. Allora qui sarà opportuno, seppur sommariamente, evidenziare alcuni fondamenti che, troppo spesso, restano estranei, negli ambienti dei non addetti ai lavori, e che invece devono diventare patrimonio comune di tutto il Popolo di Dio.
Anzitutto cosa è la Liturgia per il Concilio? Essa non è altro che la continuazione, nello scorrere del tempo, che va dalla Pentecoste alla Parusia, dell’accadimento della Rivelazione di Dio. È, cioè, la possibilità concreta, per ritus et preces, che la Chiesa ha di porsi nei confronti della Rivelazione, non come una storia passata da raccontare, ma come una relazione viva e vera, qui e ora, da sperimentare e da annunziare. Quando infatti nel testo di SC n.5, si parla di pienezza del culto divino, ciò non è da intendersi esclusivamente come un atto religioso che la Chiesa compie nei confronti del Padre, ma piuttosto come accoglienza della volontà salvifica del Padre che compiuta attraverso la mediazione di Cristo, trova negli Apostoli non solo annunciatori ma celebranti, cioè attuatori, attraverso la Liturgia, di ciò che annunciavano. La Liturgia è, dunque, secondo il Concilio, una sintesi perfetta di annuncio e inveramento.
Una attenta lettura della Costituzione Dei Verbum non potrà che confermare questa verità. Proprio per spiegare questo genere di accadimento la SC al n.7 insiste su due principi fondamentali: la presenza di Cristo nelle azioni liturgiche e, di conseguenza, l’esercizio del suo sacerdozio. Questo tipo di esercizio del sacerdozio di Cristo non è un assioma intellettualistico; perché questo sacerdozio sia concretamente esercitato, dice il Concilio, occorre entrare nel regime dei “segni efficaci”. Nei riti e nelle preghiere della Chiesa i segni sono efficaci (per istituzione divina nella loro parte immutabile e per istituzione ecclesiale per le parti mutabili) dell’opera salvifica del Redentore che continua a parlarci della volontà salvifica del Padre che sta alla base di tutta la Rivelazione. In questo senso trova la giusta collocazione l’idea di partecipazione piena, consapevole, attiva di tutto il Popolo di Dio a cui la Costituzione tende.
Un selvaggio approccio, frutto di una ignoranza non giustificabile, alla Liturgia – che purtroppo rimane ancora di carattere puramente estetico-rubricale – ha interpretato la partecipazione attiva come un fare funzionale delle realtà ministeriali, lasciando sulla soglia ancora il vero senso della partecipazione che è quella di far sperimentare attraverso la ritualità, l’ingresso nel mistero di Cristo. Partecipazione quindi non è riduttivamente “fare qualcosa” nella Liturgia, quanto piuttosto, nell’atto del “fare rituale”, partecipare (ossia essere coinvolti, entrare dentro) al mistero salvifico del Padre. Quando ciò sarà accaduto, ne troverà vantaggio persino il nostro annuncio e la nostra pastorale, quando smetteranno di essere una mera costruzione umana (destinata a fallire) e troveranno la loro ispirazione dalla fons della Liturgia e condurranno al suo culmen che è la risposta orante, celebrante e riconoscente della certezza che Dio è ancora in mezzo a noi, ci ama, ci accompagna, ci salva, ci desidera come Lui.
Le parole che fanno da Proemio a tutta la Costituzione (ma anche a tutto l’impianto Conciliare) meritano ancora di essere meditate e applicate; il Concilio si occupa primariamente della Liturgia perché comprende che attraverso di essa si possano raggiungere gli scopi per cui il Concilio fu celebrato: fra crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (SC,1). La Liturgia sarà veramente presa in considerazione quando tutti, Vescovi, Presbiteri, Diaconi, Battezzati avranno veramente compreso che essa contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa (SC,2).
Don Elvio Nocera













