Le visite pastorali dei vescovi dell’antica diocesi di Oppido- prima parte

Fin dalle origini del Cristianesimo, la Visita è stata ritenuta uno dei più gravi doveri del ministero pastorale di un vescovo. L’apostolo Pietro «andava a far visita a tutti» (At 9, 32) e altrettanto fecero i Padri della Chiesa. San Basilio, ad esempio, secondo la testimonianza dei contemporanei, «visitava le città per confermare nella fede i deboli», mentre sant’Agostino affermava di sé: «sono spinto dalla necessità di visitare le chiese affidate alla mia cura».

In particolare, nel più ampio contesto delle riforme promosse, fu il Concilio di Trento (1545-1563) a qualificare la Visita pastorale come «dovere personale del vescovo», considerandola «un mezzo assolutamente necessario al buon governo delle anime». Lo stesso Concilio ne definì con precisione i riti e le norme che ne regolavano lo svolgimento.

Secondo le indicazioni del Tridentino, quindi, il vescovo annunciava la visita con un apposito decreto che veniva letto dai parroci al popolo per prepararli all’importante circostanza. Giunto il giorno stabilito, il vescovo, accompagnato dai convisitatore, veniva accolto alle porte del paese dal parroco, dalle autorità, dalle Confraternite ed a tutto il popolo e accompagnato, sotto il baldacchino, verso la chiesa parrocchiale. Qui giunto, il presule iniziava solennemente i giorni della sua presenza in parrocchia, durante i quali provvedeva alla «Visita locale, reale e personale». La Visita locale consisteva nel controllo dei beni immobili e delle strutture materiali, come la chiesa, gli altari, la sacrestia, il campanile, verificando se avessero bisogno di restauri o pulizia. La Visita reale, invece, riguardava l’inventario e la verifica dei beni mobili e delle suppellettili, ovvero i vasi sacri, i libri liturgici, gli arredi, i paramenti e la regolarità delle rendite economiche e dei legati pii. Infine, la Visita personale si svolgeva attraverso l’incontro diretto e l’esame delle persone, in primo luogo il parroco e il clero locale, ma anche i membri di Confraternite, i religiosi e i fedeli laici, per valutarne i costumi, la dottrina e la disciplina cristiana.

Chiaramente, i vescovi dell’antica Diocesi di Oppido non mancarono di effettuare, con grande zelo, questa missione così importante, al punto tale che alcuni, vista l’esigua estensione geografica della vecchia Circoscrizione ecclesiastica, la effettuavano ogni anno.

L’illustre vescovo Atanasio Calceopulo (1472-1497) morì proprio mentre era impegnato nella Visita pastorale della Diocesi di Oppido mentre mons. Girolamo Planca (1519-1534), già prima che il Concilio di Trento rendesse obbligatorio questo dovere, compì per ben due volte la Visita dell’intera Chiesa affidata alle sue cure.

Negli anni successivi al Concilio, mons. Andrea Canuto (1583-1603) compì diverse Visite pastorali, trovando, in generale, le chiese «arredate e abbellite a sufficienza». Sulla medesima linea si collocò anche il vescovo Giulio Ruffo (1605-1609), il quale, nel breve corso del suo episcopato e nonostante i continui contrasti con i baroni, effettuò la Visita pastorale della Diocesi, imponendo ai sacerdoti l’uso del Messale romano e l’osservanza delle leggi canoniche, nonché ai laici l’obbligo di apprendere i rudimenti della fede cattolica.

Analogo zelo pastorale dimostrò mons. Antonio Cesonio (1609-1629), che nel corso delle sue Visite amministrò il sacramento della Cresima e provvide al restauro e alla decorazione delle chiese che ne avevano bisogno, senza trascurare di impartire le opportune ammonizioni e i necessari ordini per la retta osservanza delle leggi ecclesiastiche e delle norme di buon costume. Lo stesso presule abolì, inoltre, la consuetudine, seguita dai suoi predecessori, di esigere, in occasione della Visita, un tributo di sette ducati da ciascun sacerdote e di cinque dai chierici, accontentandosi di usufruire di una mensa frugale.

Attraverso i decreti emanati in occasione delle Visite pastorali, mons. Paolo Diano Parisio (1663-1673) promosse una profonda riforma del clero, privilegiando, più che le pene e le sanzioni canoniche, «gli avvertimenti dati con amore di padre». Restavano, tuttavia, da combattere gravi problemi e abusi, quali l’usura, la mormorazione, le lettere anonime e la scarsa osservanza del precetto festivo. Il vescovo dovette, inoltre, affrontare le difficoltà frapposte dal Governo ai cosiddetti “diaconi selvaggi”, laici sposati che, pur non essendo veri ecclesiastici, godevano di immunità e privilegi propri del clero. Tali prerogative, in passato tollerate, erano ormai osteggiate dall’autorità civile, mentre i vescovi le difendevano, ritenendo che la loro soppressione comportasse una diminuzione della giurisdizione e dell’autorità ecclesiastica.

Più positivo il resoconto effettuato dopo la sua prima Visita alla Diocesi da mons. Vincenzo Ragni (1674-1693) che ritrovò «tutto ben disposto e rivolto ad eccitare la devozione, la pietà e il culto dei Santi» e altrettanto incoraggiante fu il giudizio dell’illustre vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1714-1734) che, nel corso delle sue annuali Visite, incontrò un popolo dai «costumi lodevoli», affermando che «nelle chiese ci si comporta devotamente e senza chiacchiere».

Sac. Letterio Festa
Direttore dell’Archivio storico diocesa