«Camminiamo insieme nella comunione per la missione». Intervista al vescovo Giuseppe Alberti sulla visita pastorale

Il 19 settembre, nella cattedrale di Oppido, il vescovo indice la visita pastorale della diocesi: un cammino tra le parrocchie e i vicariati che accompagnerà la Chiesa locale nei prossimi anni. Non la visita “di controllo” a cui si pensa spesso, ma un tempo di presenza più stabile e prolungata nelle comunità, all’insegna della sinodalità e della missionarietà. Ne abbiamo parlato con mons. Alberti alla vigilia dell’avvio del cammino.

Che cosa significa per Lei, in questo momento della vita della Chiesa di Oppido-Palmi, mettersi in cammino tra le comunità?

Intraprendere la visita pastorale significa per me voler comunicare a tutto il popolo di Dio che il Signore continua a essere in mezzo a noi e a visitare la sua gente. Il vescovo che va nelle comunità, che si avvicina alla vita quotidiana, in qualche modo esprime il cuore di Dio, che desidera visitare il suo popolo con una parola di luce, di conforto, di consolazione e di speranza.

C’è chi pensa alla visita pastorale come a una prassi quasi “amministrativa”, di verifica. Lei come la racconterebbe, invece, a chi la vivrà per la prima volta?

Fino a qualche tempo fa, l’idea prevalente della visita pastorale era quella di un andare nelle parrocchie per verificare la situazione delle comunità: dal punto di vista quantitativo, della partecipazione – quanta gente prende parte all’Eucaristia, fa la comunione, si confessa – e anche attraverso un controllo più puntuale della gestione amministrativa e del patrimonio della comunità. Oggi penso valga la pena cambiare questa narrazione e presentare una visita pastorale che sia davvero, secondo il termine che spesso usiamo, “pastorale”: al centro c’è il desiderio di condividere un cammino di fede, un cammino di incontro che diventa esperienza di comunione e di fraternità, dove si scorgono potenzialità di bene che si trasformano in gesti di carità, di prossimità verso chi è nel bisogno, in passi verso le persone lontane o che si sono allontanate dalla vita comunitaria. È il cuore del pastore buono, che è il Signore Gesù, a voler arrivare a tutti, anche ai più lontani dall’esperienza della vita cristiana. Ritengo che questo sia il messaggio prevalente, e la modalità che vorrei desse la tonalità a questi giorni, a queste settimane, a questi mesi e anni di visita della nostra diocesi di Oppido – Palmi.

Il fatto che l’indizione avvenga a conclusione dell’assemblea generale, che messaggio vuole dare alla diocesi?

Non è un caso, e non è di poco conto, che l’indizione della visita pastorale avvenga proprio il giorno dopo la grande assemblea che tradizionalmente apre il cammino del nuovo anno pastorale. Fare l’indizione con la Celebrazione eucaristica il 19 settembre vuole esprimere una scelta forte e chiara: la tonalità dell’anno pastorale che si apre sarà caratterizzata prevalentemente dalla scelta di fondo della visita fra le parrocchie e i vicariati della nostra diocesi. Vuole essere un segno di vicinanza, un segno di prossimità, un’esperienza di sinodalità. Vuole essere l’occasione per rafforzare vincoli di comunione, anche di amicizia, e per intraprendere insieme, dopo un comune discernimento, percorsi sempre più coerenti con il Vangelo del Signore Gesù, in una testimonianza del nostro tempo quanto mai importante, necessaria e urgente.

Quali sono le domande a cui spera che questa visita pastorale possa dare una risposta, per Lei e per le comunità che incontrerà?

Sinceramente non mi aspetto grandi risposte a tante domande. In questa visita pastorale ritengo che la cosa fondamentale sia il valore in sé di vivere un’esperienza di Chiesa, un’esperienza di fratelli e sorelle che si incontrano condividendo la stessa fede, che desiderano pregare, celebrare e confermarsi in una testimonianza concreta – di persone e di gruppi – aperta anche a tanti altri fratelli e sorelle che ormai gravitano lontani dalle nostre comunità. Penso che vivere nel modo migliore, con questo spirito, la visita pastorale sarà capace di far emergere domande, inquietudini, interrogativi, e allo stesso tempo di intravedere insieme percorsi di risposta che non sono espressioni, slogan, parole o progetti teorici, ma cammini concreti, percorsi di vita, scelte di uno stile che mette veramente al centro il Signore Gesù e fa risplendere il suo Vangelo come possibilità reale da vivere, da far diventare risorsa fondamentale per noi credenti battezzati, in questo nostro tempo sempre più freddo, disgregato e secolarizzato.

Come immagina il suo modo di stare nelle parrocchie durante la visita: più ascolto o più annuncio? E che spazio spera di poter ritagliare per le famiglie e i giovani?

La modalità di presenza nella visita pastorale vorrà essere una modalità stanziale: molte volte sono già stato nelle parrocchie, nelle comunità, ma sempre con una presenza rapida, puntuale. Ritengo che la visita pastorale abbia proprio questo valore aggiunto: una presenza più calma, più pacata, più stabile, residenziale, dove le relazioni interpersonali, la vita quotidiana, il condividere il vissuto di ogni giorno diventano l’elemento più bello per dire che si sta camminando insieme, che si sta condividendo un percorso di vita, che si sta cercando di vivere la fede in spazi di vera comunità, di fraternità quotidiana. Penso che sia proprio questo l’elemento fondamentale. Questa modalità più stabile, più presente, più residenziale vuole essere anche l’occasione per un ascolto più concreto, per cogliere presenze e articolazioni sul territorio che altrimenti, chi passa di corsa, non riesce a percepire, ad apprezzare, a cogliere. È un po’ questo lo spirito con cui mi accingo a vivere questi giorni, che sento come doni particolari di grazia per me, per le nostre comunità, per la nostra Chiesa locale di Oppido – Palmi. Rimanere in modo più stabile dentro le realtà comunitarie sarà sicuramente l’occasione, almeno lo spero, per incontrare con più facilità il mondo dei giovani e la realtà delle famiglie, con cui condividere qualche momento.

In che modo la visita pastorale può diventare anche un’occasione per la diocesi di interrogarsi sul rapporto con il territorio, le sue fatiche e le sue risorse?

Cercherò anche di vivere da dentro le problematicità dei nostri territori, con le loro contraddizioni, con le loro fatiche, ma anche con le loro potenziali risorse, che – pur in modo ancora embrionale, iniziale – sono già riuscito a intravedere, a intuire, e che mi piacerebbe conoscere ancora meglio e ancora di più.

E il territorio di questa diocesi non è facile. In che modo la visita pastorale guarderà a queste difficoltà, senza restarne schiacciata?

Sono convinto che i problemi non mancano, ma mi pare di cogliere che ci sono anche possibilità di superarli. Qualcuno lo sta già facendo, con intraprendenza, con creatività, con impegno, con sacrificio, con generosità. Ritengo che questa visita pastorale sia anche un’occasione per vedere più da vicino tutto questo, per coglierlo con più nitidezza, e magari per dire una parola di orientamento, di incoraggiamento, che è sempre utile e ancora di più nel nostro contesto, nei nostri territori, nelle zone interne in cui ci troviamo a vivere e operare.

C’è un aspetto della vita diocesana – penso alla dimensione sinodale, alla missionarietà, alla celebrazione della fede in questo territorio – su cui desidera porre un’attenzione particolare durante il percorso?

La visita pastorale sarà sicuramente un momento nel quale vivremo, per così dire, una cartina di tornasole: uno spazio di vita ecclesiale in cui cercheremo di mettere in pratica tutte quelle dimensioni che ci accompagnano e che sono le scelte di fondo della nostra chiesa locale, dentro la grande chiesa nazionale e universale. Penso alla sinodalità: la visita pastorale vorrà essere proprio un esercizio di sinodalità, cercando di metterla in pratica nei giorni della presenza del vescovo, ma anche nello stile di comunità che imparano ad aprirsi agli altri, a collaborare, a fare esperienze di discernimento e a intraprendere cammini comuni per testimoniare ancora meglio, ancora di più, il messaggio del Vangelo. Così pure una scelta di missionarietà, che vuol dire apertura e non chiusura, dinamismo e non staticità ripiegata su se stessa, capacità di annunciare il Vangelo in modo rinnovato, con nuovi linguaggi, con nuovi metodi, con nuovo ardore, capace di contagio, di coinvolgimento e di attrazione per tanti altri, in una società ormai disillusa e anche un po’ stanca, affaticata. Tutti questi aspetti saranno vissuti, nella visita pastorale, quasi come una palestra nella quale misurarci e mettere in pratica le dimensioni annunciate e ribadite, che vorremmo cominciare a vivere nel concreto, dando anche indicazioni per un percorso che continuerà dopo la visita pastorale stessa.

Con quale parola o desiderio affida l’inizio della visita pastorale, il 19 settembre a Oppido?

Penso che una parola, o un insieme di parole essenziali e sintetiche, possa essere ciò che desidero consegnare, offrire alla comunità diocesana all’inizio di questa visita pastorale: camminiamo insieme nella comunione per la missione. Non faccio altro che recuperare il titolo, il messaggio centrale della nostra visita pastorale, che tenta di esprimere il senso ultimo e il desiderio di realizzare quello che essa stessa esprime. È l’augurio che ci facciamo, affidandolo al Signore e all’azione del suo Spirito, certi che il buon Dio ama la nostra Chiesa, la nostra Chiesa locale, ama la nostra terra, e che attraverso di noi può continuare a seminare un Vangelo di speranza nelle nostre realtà, nelle nostre comunità, nel nostro territorio.

Nadia Macrì