Partire e ripartire, dice don Rosario Rosarno, significa svuotare lo zaino e portare con sé solo l’essenziale. Il sacerdote si prepara per una missione in Brasile, dove la nostra Diocesi lo invia come “dono della fede” a una Chiesa sorella che ha chiesto aiuto. Alle spalle ha esperienze missionarie nell’Amazzonia peruviana, nel deserto del Sahara e nella periferia di Madrid, oltre a missioni popolari e giovanili in tutta Italia. Alla vigilia della partenza gli abbiamo chiesto che cosa porta nel cuore, quanto la missione cambia chi parte e che cosa significhi essere missionari anche qui, nelle nostre comunità.
Don Rosario, una nuova partenza porta con sé il bagaglio delle esperienze vissute. Che cosa si porta nel cuore dal suo precedente cammino missionario?
Se consideriamo le esperienze all’estero, ho avuto la grazia di poter fare esperienze missionarie nell’Amazzonia peruviana e nel deserto del Sahara, oltre che nella periferia di Madrid. Ho avuto anche l’opportunità di prendere parte ad alcune missioni popolari e giovanili nel Nord, Centro e Sud Italia. Entrambi i tipi di esperienza mi hanno consentito di guardare negli occhi ed essere guardato negli occhi, guardare i cuori e abbassare le difese perché anche io potessi lasciarmi guardare. Credo che questo sia il bagaglio principale. Ovviamente si aggiungono tutte le relazioni e le modalità di vivere la comunità ecclesiale in contesti differenti dal nostro.
C’è un volto, una storia o un incontro che le ha fatto comprendere in modo particolare che cosa significhi essere missionario?
Tra tutti i volti, ci sono quelli delle persone che hanno avuto a cuore la mia crescita spirituale: i miei genitori e i nonni, la mia educatrice di Azione Cattolica, Filomena Sorrentino, le esperienze nei gruppi di AC e Scout, la mensa per gli immigrati di Norina Ventre, “Mamma Africa”, le testimonianze di alcuni sacerdoti, del mio padre spirituale, l’esempio di don Oreste Benzi, don Milani, padre Giovanni Santolini, padre Gigi Sion. Nel confronto con questi volti ho potuto scorgere i diversi aspetti della missione.
Spesso si pensa che il missionario sia colui che porta qualcosa agli altri. Ma quanto la missione cambia anche chi parte?
Personalmente, ogni volto incontrato cambia qualcosa di me. Credo che il vero cambiamento avvenga quando ci si riconosce poveri. Io, ancora ci sto lavorando su.
Si tende a pensare che la missionarietà riguardi soprattutto chi parte per terre lontane. Eppure, può cominciare anche nelle nostre parrocchie e nei nostri paesi. Che cosa significa essere missionari qui, nella vita quotidiana delle nostre comunità?
In una parrocchia di Roma in cui sono stato per due anni, il parroco ha preparato i laici per creare una missione dentro la parrocchia stessa. Un iter che ha coinvolto le persone “dentro” a essere missionarie nel quartiere per un biennio. A volte tendiamo a pensare che dobbiamo avere chissà quale “propensione” o “abilità” missionaria, quando invece basta guardare al proprio Battesimo per avere la gioia del Vangelo da donare. Come pure, durante la grande missione giovanile all’università di Tor Vergata, abbiamo coinvolto dei giovani che, in fondo, “scoprivano” la propria fede mentre cercavano di annunciarla ai loro coetanei. Io credo che bisogna osare. I giovani vivono per i grandi ideali. Se diamo loro la responsabilità della fede, sono capaci di rivoluzionare le nostre comunità. In fondo, quale ideale più grande ci può essere dell’annuncio che la Vita vince sulla morte? Soprattutto nella nostra terra.
Come si custodisce la speranza in condizioni fragili o di povertà?
I sacerdoti della nostra diocesi sono tutti in prima linea su questo: dare speranza nella nostra terra. La prima risorsa è la fede. Senza, non c’è missione.
In un tempo in cui tante persone fanno fatica a guardare al futuro con fiducia, quale significato assume la scelta di ripartire? Che cosa racconta questa decisione della sua vocazione sacerdotale?
Forse può aiutare l’idea che il nostro corpo è senza tasche! Quando moriremo non porteremo nulla con noi, se non ciò che abbiamo donato. Partire e ripartire dà la possibilità di svuotare lo zaino e portare con sé solo l’essenziale. E alla fine, più lo fai e rifai, più ti accorgi che ciò che ti serve è già lì: il Signore Gesù che ti aspetta “in Galilea”.
Quali attese e quali speranze accompagnano questa nuova missione in Brasile?
Andando in Brasile, mi rendo conto di aver risposto ad una chiamata, una richiesta della Chiesa diocesana di origine che invia come “dono della fede” un sacerdote ad una Chiesa che ne ha bisogno e che ha richiesto aiuto. Quindi certamente sento la gioia per la fiducia ricevuta dalla generosità della nostra Diocesi e del nostro Vescovo, ma anche la responsabilità di non partire solo, ma con la progettualità di costruire ponti tra le due diocesi per stimolare la cooperazione tra Chiese sorelle e dare opportunità ad altri operatori pastorali, sacerdoti, diaconi, laici, famiglie e giovani di vivere anche la cosiddetta “missione ad extra ad gentes” anche solo per brevi periodi.
Se dovesse affidare questa partenza a una parola del Vangelo, quale sceglierebbe?
A quella del giorno. Ogni giorno avrà la sua Parola: come ormai da sempre, il Vangelo del giorno accompagna la mia vita e ha quella giusta parola che mi fa arrivare a sera. Oggi potrei dirne una, domani sarà un’altra. Anche se, per l’inizio del mio cammino vocazionale, ho sempre sentito forte: “Il Figlio dell’Uomo non ha dove poggiare il capo”, se non sulla Croce. In fondo, a questo siamo chiamati: predicare Cristo Crocifisso e Risorto.












