Chiese sorelle, un patto di Vangelo: la Metropolia di Reggio Calabria si mette in cammino verso l’Africa e l’America Latina

A Gioia Tauro il primo convegno missionario delle quattro diocesi della Metropolia. Al centro la relazione di don Roberto Ferranti, della diocesi di Brescia: «Non siamo più nella stagione in cui qualcuno fa qualcosa per gli altri, ma quella in cui tutti insieme proviamo a essere cristiani»

«Un segno profetico, perché è la prima volta che succede». Con queste parole, sabato 24 ottobre, si è aperto a Gioia Tauro, nella Casa del Laicato intitolata a mons. Luciano Bux, il primo convegno missionario delle Chiese della Metropolia di Reggio Calabria: Reggio Calabria-Bova, Oppido Mamertina-Palmi, Locri-Gerace e Mileto-Nicotera-Tropea. Il tema scelto, “Chiese sorelle. Un patto di Vangelo tra Calabria, Africa e America Latina”, ne ha indicato fin dall’inizio l’orizzonte e l’impegno.

Il momento di preghiera iniziale si è aperto con la proclamazione del capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: «perché tutti siano una sola cosa». Poi i vescovi e i delegati hanno acceso quattro candele, segno di un patto di fraternità, di ascolto, di reciprocità, di solidarietà e di missione, «perché nessuna Chiesa si senta sola».

Non una colletta in più, ma un patto stabile

A dare il benvenuto, a nome dei centri missionari della Metropolia, è stato don Paolo Martino, direttore del Centro Missionario della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, che con la sua équipe ha lavorato alla preparazione dell’evento. Don Paolo ha salutato i vescovi presenti – mons. Giuseppe Alberti, che ha ospitato il convegno, mons. Cesare Di Pietro, nuovo vescovo di Locri-Gerace, e mons. Attilio Nostro, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea – insieme ai direttori dei centri missionari diocesani, ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e ai tanti laici e giovani intervenuti. «La presenza dei vescovi della Metropolia non è scontata, è un segno. Ci dice che vogliamo camminare davvero insieme come chiese sorelle tra noi, prima ancora di esserlo con l’Africa e con l’America Latina».

Poi ha chiarito con nettezza il senso dell’iniziativa: «Non vogliamo fare il tradizionale sostegno a distanza. Non è una colletta in più. Vogliamo costruire un patto stabile di collaborazione e fraternità missionaria». Tre gli obiettivi indicati per i prossimi anni: creare legami di amicizia tra le quattro diocesi e due Chiese sorelle, una in Africa e una in America Latina, «non andando ognuno per conto proprio, ma come Metropolia»; mettere in comunione «persone, non solo soldi», con sacerdoti fidei donum, laici e giovani volontari; e soprattutto riconoscere «che non siamo noi i ricchi che aiutano i poveri. Anche noi abbiamo bisogno di loro, della loro fede viva, della loro gioia. Noi daremo la nostra fede tenace e calabrese, loro ci daranno la freschezza della loro fede».

Don Roberto Ferranti: la missione dice chi siamo

Ospite e relatore della mattinata è stato don Roberto Ferranti, sacerdote della diocesi di Brescia, coordinatore dell’Area pastorale per la mondialità e direttore dell’Ufficio per i migranti, in una diocesi che da cinquant’anni vive patti di cooperazione con Chiese sorelle in tutto il mondo. La sua relazione, “Missione inter gentes: come costruire un patto che trasforma tutti”, è partita da una premessa di umiltà: «Non sono uno specialista, sono un sacerdote contento di esserlo e contento di aver vissuto quasi dieci anni come fidei donum in Albania. Sono qui come un testimone».

Per don Ferranti la missione non va pensata anzitutto in termini geografici, ma di identità. Citando l’Evangelii gaudium, ha ricordato che i cristiani annunciano Gesù «non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile». Da qui un principio chiaro: «Una Chiesa non può non inviare qualcuno». Ma la missione non finisce con la partenza: chiede di ascoltare ciò che il missionario vive e ciò che la Chiesa che lo accoglie ha da raccontare.

Ripercorrendo la storia, il relatore ha distinto tre stagioni: la missio ad gentes, affidata soprattutto agli istituti missionari; la cooperazione missionaria, in cui le Chiese di antica tradizione hanno sostenuto la nascita di altre Chiese; infine, a partire dal Concilio Vaticano II, la cooperazione tra Chiese, «una relazione di reciprocità tra Chiese che hanno la medesima dignità, in cui ognuna è al tempo stesso soggetto che dona e soggetto che riceve». Una storia che consegna una lezione precisa: «La missione insegna a toglierci dal centro e ad apprendere l’arte di fare spazio agli altri».

Concreta la testimonianza sul presente bresciano: diciotto esperienze missionarie estive, solo quest’anno, con oltre centoquaranta giovani. «Non li mandiamo a costruire niente, li mandiamo a stare insieme a quelle comunità». Uno di loro, al rientro, ha confidato: «Don, non pensavo che la fede potesse ancora essere il punto di regia di una comunità». Per questo, ha affermato don Ferranti, «oggi la missione permette alla mia Chiesa di fare una pastorale giovanile che da soli non saremmo più capaci di fare».

Gratuità, vicinato, dialogo, minoranza

Prendendo spunto da Fratelli tutti, il relatore ha indicato alcuni atteggiamenti che le giovani Chiese consegnano a quelle di antica tradizione. La gratuità, anzitutto, raccontata attraverso le piccolissime comunità albanesi di otto o dieci famiglie: «Quegli otto erano tutti quelli che avrei potuto avere, e celebrare bene era la cosa più bella che potessi fare. La missione ci fa uscire dall’utilità delle cose che facciamo». Poi lo spirito del vicinato, sperimentato in Mozambico, e il dialogo, «la capacità di riconoscere all’altro il diritto di essere se stesso e di essere diverso».

Particolarmente intenso il passaggio sul tema della minoranza, ripreso da mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti e presidente della Commissione episcopale per la cooperazione missionaria tra le Chiese: nelle terre di missione essere cristiani è «una scelta da rinnovare ogni giorno», mentre noi «ci lamentiamo perché siamo pochi». Di qui la provocazione a inviare missionari anche «dove non dobbiamo fare niente, ma imparare semplicemente a essere testimoni», sull’esempio del cardinale Giorgio Marengo in Mongolia e della sua pazienza nel «sussurrare il Vangelo».

Infine, l’esperienza delle diocesi lombarde che condividono progetti missionari comuni: lavorare insieme evita che lo slancio si raffreddi e chiede di diventare «meno gelosi delle proprie attività», riconoscendo che le diocesi del Sud del mondo «non sono destinatari, sono attori». «Non siamo più nella prima stagione – ha concluso -. Siamo in quella della cooperazione tra Chiese, dove non c’è più qualcuno che fa qualcosa per gli altri, ma tutti insieme proviamo a essere cristiani».

Il confronto nei gruppi

La riflessione è proseguita in quattro gruppi di lavoro, guidati dai direttori dei centri missionari diocesani: don Paolo Martino (Oppido Mamertina-Palmi), don Michele D’Agostino (Reggio Calabria-Bova), don Giuseppe Alfano (Locri-Gerace) e don Alessandro Mazzitelli (Mileto-Nicotera-Tropea). Le sintesi hanno nominato con franchezza le resistenze: il «si è sempre fatto così», le gelosie, perfino «le gerarchie tra salvati e salvatori». Ma ne sono uscite anche parole chiave come incontrare, ascoltare, umiltà, semplicità. Un gruppo ha indicato nel cuore di ciascuno «il primo vero territorio di missione»; un altro ha chiesto di «spostare il baricentro», con «meno forma e più sostanza». Al centro, più volte, i giovani e il bisogno di modelli credibili, insieme al legame tra stile missionario e stile sinodale. Non sono mancati riferimenti alle periferie già presenti nel territorio diocesano: l’impegno con le comunità rom della Ciambra a Gioia Tauro, la tendopoli di San Ferdinando, il servizio dei Missionari Oblati di Maria Immacolata a Cittanova accanto a chi vive le dipendenze.

Mons. Attilio Nostro ha poi chiesto a don Ferranti quali passi concreti servano perché questa promessa dei vescovi non resti sulla carta. La risposta è passata per due parole, “tutti” e “giovani”, e per una proposta: un percorso di formazione alla missione rivolto ai giovani, che permetta loro di incontrarsi e di guardare il mondo «con gli occhi della fede», senza dimenticare che le diocesi «hanno il diritto e il dovere di inviare anche dei laici». Il relatore ha concluso con le parole di Fabio, un giovane rientrato dal Burundi: «Ci hanno insegnato che la felicità non risiede nel possesso, ma nella condivisione».

I vescovi: un cammino che continua

Mons. Cesare Di Pietro ha sottolineato come la trasmissione della fede, priorità emersa dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia, non possa prescindere dalla dimensione missionaria, «non nel senso di un dare ad altri, ma di un dare e ricevere». Ha ricordato anche i presbiteri africani che già servono nelle diocesi calabresi e l’esperienza di missione “giovani ai giovani” avviata a Locri-Gerace.

Le parole conclusive sono state affidate a mons. Giuseppe Alberti, che ha accolto il convegno nella sua diocesi e lo ha definito «un momento di grazia». Il vescovo ha ricordato che il cammino è nato un anno e mezzo fa proprio dai vescovi, al loro terzo incontro su questo progetto, con un nuovo appuntamento già fissato per novembre. «La missione non è un corollario per addetti ai lavori, ma il modo perché la fede non muoia. È la missione che fa la Chiesa». E con uno sguardo alla nostra terra: «La Calabria potrà dare tanto, perché ha tanto dentro e non è riconosciuto. Non abbiamo autostima cristiana: siamo tutti cattolici, ma non sempre credenti. Allora ci apriamo agli altri per imparare a credere».

Prima della benedizione impartita insieme dai vescovi presenti, mons. Alberti ha portato il saluto dell’arcivescovo metropolita di Reggio Calabria-Bova, mons. Fortunato Morrone, che non ha potuto essere presente perché vicino ai suoi familiari nel tempo di lutto per la recente scomparsa della madre. Mons. Morrone ha accompagnato spiritualmente i lavori, ai quali ha preso parte una numerosa delegazione reggina guidata dal direttore del Centro missionario, in segno di comunione tra Chiese sorelle.

Il convegno si è chiuso con la preghiera di San Francesco e con un mandato semplice: «Andate come missionari». Il patto di Vangelo è stato stretto. Ora comincia il cammino.

Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali

Chiese sorelle – Un Patto di Vangelo tra Calabria, Africa e America Latina




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