Ci troviamo a celebrare, come Chiesa Diocesana, la conclusione dell’Anno Giubilare 2025 e lo facciamo con un sentimento di gratitudine verso il Signore perché è stato buono con noi. Paolo stesso ci invitava a “inni, canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori” (Col 3,16). Ognuno potrebbe raccontare qualche dettaglio che ha vissuto in questo Anno Santo e che ha percepito come una visita di Dio nella sua vita: un fatto, un incontro, una parola, una preghiera, un momento di pellegrinaggio, un gesto, un segno, una grazia. Giusto un anno fa, nell’apertura di questo tempo speciale, ci eravamo augurati che fosse “un kairòs per la nostra Chiesa diocesana, una opportunità per crescere nella fede, nella carità, nella speranza”. In questi giorni natalizi stiamo riconoscendo con meraviglia la fedeltà di Dio che porta a compimento il suo disegno di salvezza e lo realizza nel tempo, dentro il nostro tempo, facendolo diventare ‘storia di salvezza’. Anche quest’anno è stato riempito dal Signore e dai suoi doni: di Parola e di Pane, di Comunità e di Misericordia, di Santi Segni e di Cammino. Siamo qui a rendere grazie con la forma più alta ed efficacie che è l’Eucaristia, l’offerta di Gesù al Padre. In questo anno abbiamo sperimentato veramente che la ‘speranza non delude’ (Rm 5,5), nonostante le nostre personali parzialità, le fatiche nelle nostre famiglie, le sfide nelle nostre comunità, la complessità della nostra società. La speranza non delude perché si fonda nell’amore del Signore che non viene mai meno e attraversa tutte le nostre situazioni umane sempre povere e bisognose di luce, di forza, di salvezza.
I primi passi della vita di Gesù, raccontati dal vangelo dell’infanzia di Matteo (2,13-15.19-23), manifestano chiaramente che l’opera di Dio non si realizza mai attraverso forme ideali, facili e comode e, a volte, neanche attraverso situazioni normali, dove si ha tutto sotto controllo e in un cliché tranquillo. L’atteggiamento di Giuseppe, credente obbediente e padre premuroso, esprime lo stile del cristiano che accoglie la volontà di Dio nella sua vita e la realizza nelle risposte pronte e quotidiane di fronte alla realtà che si presenta, spesso complicata. Giuseppe si fida del ‘sogno’ di Dio e ascolta l’angelo che gli parla. Questo gli permette di evitare il male e di attraversare un momento di pericolo per il bambino e la sua famiglia. La pagina evangelica ci offre una buona dose di realismo: Dio scrive la storia dentro i tortuosi percorsi dell’uomo, sparge semi di salvezza tra cappe asfaltiche, rovi e zizzania, oltre che in terreno buono e accogliente. Giuseppe ci invita a crederci, a continuare a camminare con questa speranza che non delude. Il Signore continua a ‘sognare’ persone che possono cambiare e diventare migliori, a ‘sognare’ comunità cristiane che cercano sinceramente di praticare il Vangelo, a ‘sognare’ uomini e donne di buona volontà che hanno ancora il coraggio di costruire ponti di pace e di fraternità, anche se si può essere irrisi dai più, come ci ha ricordato papa Leone in questi giorni natalizi.
Concludere l’Anno Giubilare non vuol dire chiudere il canale della grazia, anzi. Gli anni santi sono importanti non come realtà isolate straordinarie, ma come regali divini che incrementano in modo permanente i doni di Dio da accogliere, da condividere, da far crescere. Rimane aperta la grande porta dell’amore di Dio per l’umanità, si sono squarciati i cieli e non si sono ancora chiusi, il Natale del Dio-con-noi lo conferma. È pur vero comunque che la recezione della grazia giubilare ha bisogno di atteggiamenti e di scelte ecclesiali che la tengano viva e feconda. Nella liturgia troviamo oggi indicazioni preziose per un cammino che rimane aperto: troviamo un invito e due luoghi teologici che devono diventare pastorali.
Anzitutto l’invito forte e chiaro: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza” (Col 3,16). Sentiamo che la novità di Dio può continuare a irrompere nello scontato della storia umana solo in una rinnovata apertura alla Parola di Dio. Per spezzare le logiche umane dell’interesse, dell’egoismo, del piacere, del comodo, dell’indifferenza abbiamo bisogno della luce della Parola, del logos di Cristo. Per far crescere comunità cristiane abbiamo la necessità di far tacere le nostre parole umane e metterci in ascolto della parola divina, per darci il dono del discernimento, il dono di scelte secondo ciò che dice lo Spirito alla nostra Chiesa. Una Parola, quella di Cristo, che in modo trasversale attraversi ogni realtà e attività pastorale: in momenti di famiglia e in iniziative di comunità, nel percorso di Iniziazione cristiana e nella pastorale giovanile, nella liturgia e nei tempi forti con offerte abbondanti di incontro con la Parola.
Il primo luogo teologico nel quale il Cristo vuole abitare sono le nostre famiglie. Il Signore vuole tornare ‘di casa’ dentro le pareti domestiche, è lì che desidera venire e restare. La festa della santa Famiglia non è semplicemente un momento liturgico tipico del clima natalizio nel quale ci viene ricordato che Dio ha scelto di nascere e vivere in una famiglia umana come le nostre. Abbiamo qui una scelta di fondo, la sua volontà inequivocabile per noi oggi: il Signore vuole abitare la vita dei genitori invitati a scelte cristiane, la vita dei figli chiamati a scoprire la propria vocazione personale, la vita degli anziani e dei soli perché sentano la vicinanza di Dio. Di conseguenza la comunità cristiana si ritrova un nuovo baricentro di una ‘Chiesa tra le case’, che rilancia una rinnovata pastorale famigliare a tutto campo.
Un secondo luogo teologico nel quale il Cristo vuole abitare sono le nostre comunità ecclesiali (parrocchie, movimenti, associazioni, comunità religiose). Siamo invitati dalla Parola a metterci un vestito nuovo, non esteriore, ma nel cuore, nelle parole, nei gesti: “Fratelli amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi, perdonandovi” (Col 3, 12-13). In una società sempre più secolarizzata, lontana da Dio e frammentata, la comunità cristiana che mette al centro il Signore, e non solo nella liturgia, diventa una città posta sul monte, luce e profezia di una umanità capace di integrazione e riconciliazione, di fraternità e di solidarietà, di inclusione e di ospitalità accogliente. Se il vestito vecchio della tradizione, delle consuetudini, dei giudizi, delle lamentele, si è fatto logoro, è bene mettere il vestito nuovo che ci ha regalato Cristo e che si mantiene bello e pulito con l’ascolto della Parola, con la vita sacramentale e con la carità. Concludeva proprio così anche san Paolo con la sua esortazione alla quale ci uniamo: “sopra tutte queste cose, rivestitevi della carità” (Col 3,14). Il Giubileo, con la sua gioia di rinnovamento e il suo vento di speranza, così potrà continuare nei nostri cuori, nella nostra quotidianità.
Ci sono dei segni nati in questo anno e che non vorremmo spegnere facilmente. Qui comprendiamo il gesto che compiremo alla conclusione della nostra celebrazione: la consegna di una lampada ai rettori dei nostri Santuari, che sono stati luoghi giubilari, e ai cappellani dei centri di reclusione perché la luce di Cristo continui a brillare ovunque tra noi, in particolare dove potrebbe prevalere qualche cono d’ombra di non speranza.
Concluderemo con la preghiera fiduciosa alla Madonna della Provvidenza, che ha percorso tutta la nostra Diocesi, suscitando sentimenti di fede e di speranza tra tante famiglie e parrocchie. A lei abbiamo affidato l’opera-segno dello sportello che vuole prevenire l’usura e combattere la ludopatia, vero flagello del nostro territorio. Anche questo è un segno che non vuole archiviare il Giubileo.
Chiediamo a Maria, donna della speranza, che non si è mai persa d’animo, di continuare a guidare i passi della nostra Chiesa diocesana. Lei, pellegrina della fede, attenta nella carità, ci preceda nel cammino, orienti il nostro sguardo sulla Parola che salva, Cristo, nostra speranza, che mai delude (cfr. Rm 5,5).













