Nel discorso rivolto al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Leone XIV individua nella crisi del linguaggio uno dei nodi più profondi delle tensioni contemporanee. «Nei nostri giorni – afferma – il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui», fino al punto che «il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare», ma «diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari».
Da qui l’appello a una responsabilità che investe ogni ambito della vita sociale e politica: «Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti». Un’esigenza che riguarda «le nostre case e piazze, la politica, i mezzi di comunicazione e i social media» e si riflette direttamente sul piano internazionale, perché solo così il multilateralismo può «riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti».
Il Papa affronta poi quello che definisce un vero paradosso culturale: «il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione». In realtà, osserva Leone XIV, «è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità». Proprio per questo «duole constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione», mentre prende forma «un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Secondo Leone XIV, da questa deriva discendono conseguenze dirette sui diritti fondamentali: «Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». In tale contesto, il Papa richiama il valore dell’obiezione di coscienza, che «consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale», sia «il rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» sia «il diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».
La definizione è netta: «L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi». Proprio perché «la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati», anche di quelli che si richiamano alla democrazia e ai diritti umani, essa resta per il Papa un principio di equilibrio irrinunciabile: «stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale», ricordando che «una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale».













