Michele Albanese, il rosario e il taccuino: l’ultimo viaggio del cronista con la schiena dritta

Alla fine, Michele Albanese si è presentato con le mani piene. Non si vedeva, ma si capiva. Bastava pensare a quel rosario stretto tra le dita e quel taccuino posato accanto a lui. Il rosario per continuare a credere. Il taccuino per continuare a raccontare.

Questa mattina la chiesa San Michele Arcangelo a Cinquefrondi il silenzio aveva un peso preciso. Non era solo il silenzio del dolore. Era il silenzio delle storie. Perché Michele di storie ne aveva raccolte tante. Le aveva prese per mano, come si fa con chi ha paura di restare indietro.

Non uno che scriveva per farsi vedere, ma uno che scriveva per fare vedere. Perché c’è differenza. Scrivere per mettersi al centro o scrivere per mettere al centro gli altri.

E Michele aveva scelto gli altri.

Aveva scelto le strade difficili, le verità scomode, le domande che non ti fanno dormire tranquillo. Aveva scelto una terra complicata e bellissima, la nostra Calabria, e non l’aveva mai tradita. L’aveva raccontata senza sconti, ma con amore. Come si racconta qualcuno che si conosce davvero. «È stato un cristiano che ha vissuto sulla strada», ha detto mons. Alberti.

Per più di dieci anni aveva vissuto sotto scorta. Non è una frase che si pronuncia facilmente. “Sotto scorta” significa che qualcuno aveva deciso che la sua voce dava fastidio. E lui, invece di abbassarla, l’aveva resa più chiara.

Don Luigi Ciotti, pensando a quelle mani ferme, ha indicato proprio lì il centro di tutto. «Il rosario e il taccuino», ha detto. La fede e il dovere. Il cielo e la terra. Pregare e scrivere. Due verbi che in Michele non si sono mai contraddetti.

Perché Michele non si fermava alla superficie. Scendeva sotto. Non per curiosità, ma per rispetto. La superficie è comoda. La profondità è scomoda. Ma è lì che si trova la verità.

E la verità, lui lo sapeva, è una parola fedele.

Il vescovo Alberti ricordando la sua vita, ha detto: «Ha attraversato le ferite del nostro territorio con amore alla giustizia e con una parola vera». Una parola che non cercava applausi, ma coscienze. Una parola che non proteggeva sé stessa, ma proteggeva gli altri.

Nella chiesa c’erano tutti. La famiglia, prima di tutto. «Il primo grande amore è stata la famiglia, il segreto profondo della sua forza», ha ricordato il vescovo. C’erano i colleghi, le istituzioni, gli amici sotto scorta, la gente comune. C’era la sua Calabria, anche mons. Oliva e padre Michele Cordiano. C’era la Calabria che cade e si rialza. Quella che spera ancora.

Don Ciotti lo ha detto con una frase che sembrava una carezza: «Non cercatelo nella tomba. Cercatelo nella vita». Perché chi ha speso la vita per gli altri non si ferma in un luogo. Continua nei passi di chi resta.

Forse Michele, se avesse potuto, avrebbe preso appunti anche oggi. Avrebbe annotato i volti, le lacrime, i silenzi. Avrebbe scritto che la verità non muore quando muore chi la racconta.

Cambia solo voce.

Ufficio Comunicazioni Sociali