«Non ha vinto un uomo, ha vinto un popolo»: la lezione di Casal di Principe

«A un certo punto ti accorgi che non stai più parlando con la testa, ma con il cuore». Renato Natale, già sindaco di Casal di Principe, lo dice quasi scusandosi, dopo quasi due ore di intervento a Gioia Tauro, nel terzo incontro del Percorso di formazione all’impegno sociale e politico. In realtà è proprio lì, in quel punto di rottura emotiva, che il suo racconto trova la sua verità più profonda. Perché la storia di Casal di Principe non è una sequenza di fatti, ma un corpo attraversato da violenza, paura, silenzi e improvvise esplosioni di coraggio.

«La camorra – dice – non prende solo il controllo del territorio. Prende possesso della vita. Decide dove lavori, come costruisci casa, a chi chiedi un prestito. Decide tutto. È una dittatura. Una dittatura criminale». E come ogni dittatura, aggiunge, all’inizio può perfino sembrare comoda. «Per un periodo lo è stato. Dobbiamo dircelo. Il camorrista ti risolveva un problema. Ma quel pane era avvelenato».

Dentro quel sistema, però, qualcuno ha resistito. «Perché mentre tutto sembrava perduto, c’era chi teneva aperto uno spiraglio verso la libertà». Amministratori locali, militanti, cittadini comuni. Nomi spesso dimenticati. «Non sono diventati eroi, ma per me lo sono. Perché hanno continuato quando tutto spingeva a mollare».

Tra questi, don Peppe Diana. «Don Peppe non faceva proclami astratti. Stava con i ragazzi. Andava allo stadio con loro, vestito come loro. Cercava di strapparli alla piazza, al fascino della criminalità. Usava la parola, ma soprattutto la presenza». La sua uccisione, il 19 marzo 1994, segna una frattura irreversibile. «Dopo quell’omicidio non si poteva più fare finta di niente. “Mo’ basta”, dicemmo. E quel “basta” diventò un volantino, una scelta collettiva».

«Ci sono state storie indicibili. Ragazze violentate, uomini ammazzati per aver fatto una domanda di troppo. Famiglie costrette al silenzio. E tu dovevi stare zitto. Se parlavi, pagavi. E pagavi caro». È da quel dolore che nasce la ribellione. «A un certo punto la gente non ce la fa più. Capisce che vivere così non è vivere».

La svolta politica, però, non arriva subito. Arriva quasi vent’anni dopo, dopo sconfitte, tentativi falliti, ritorni a casa amari. Arriva quando nessuno se la aspetta davvero, nemmeno lui. «Nel 2014, quando sono stato rieletto sindaco, io avevo paura», racconta senza eroismi. «Avevo la pressione altissima, mille pensieri in testa. Non volevo uscire. Mi sembrava che la partecipazione fosse stata troppo bassa».

Quella sera resta chiuso in casa. La sede elettorale è piena, la gente aspetta, ma lui no. «Mi sono chiuso in una stanza, guardavo la televisione. Ero convinto di aver perso». È il corpo, prima ancora della politica, a parlare: la stanchezza accumulata in decenni di battaglie, la paura di illudere ancora una volta un’intera comunità.

A rompere quell’isolamento è una voce familiare. È il figlio. «Mi disse una cosa semplicissima: Non hai il diritto di toglierci questa emozione». È lì che avviene lo strappo. «Aveva ragione. Non era più una cosa mia. Non lo era mai stata».

Quando finalmente esce di casa, Casal di Principe è già in strada. «Sudore, abbracci, spinte, lacrime. Gente che ti prende, ti stringe, ti bacia». Non è la festa di un leader, ma qualcosa di più profondo. «Tutti sapevano chi ero. Sapevano cosa rappresentavo. Non era un voto inconsapevole». Per questo quell’emozione non ha nulla di privato. «Non era la vittoria di un uomo. Era il segno di un riscatto collettivo».

Dalla sede elettorale il corteo si sposta in piazza, poi davanti alla chiesa. «Andammo a piedi. Era naturale farlo». Spuntano gli striscioni. Uno colpisce più di tutti: “Qui la camorra ha perso”. I ragazzi cantano, reinventano slogan, si prendono la scena. «In quel momento capisci che qualcosa si è rotto per sempre». Anche il linguaggio cambia. «La gente urla. Non ha più paura di dire ad alta voce: io non ti riconosco più».

È una catarsi popolare, quasi fisica. «Come una bottiglia rimasta chiusa per anni. Togli il tappo ed esce tutto». Quella sera escono la rabbia e la dignità. «Vecchi, giovani, bambini. Tutti insieme». Ed è chiaro, per Natale, che «non ha vinto il sindaco Renato Natale. Ha vinto Casal di Principe. Ha vinto un popolo che ha deciso di riprendersi il proprio nome».

Ma Natale rifiuta ogni lettura celebrativa. «La politica non è un atto eroico. È un lavoro complicato, faticoso, quotidiano. È fatta di cose buone e di errori. Ma senza amministratori onesti, questa democrazia non starebbe in piedi». Ricorda i consiglieri comunali uccisi, di ogni colore politico. «Comunisti, democristiani, socialisti. La camorra non guardava la tessera. Guardava la schiena dritta».

Il discorso si allarga fino all’oggi, con una preoccupazione netta: l’astensionismo. «Se il 60 per cento dei cittadini non vota, non è disinteresse. È abdicazione. È rinuncia alla sovranità». E avverte: «Quando i cittadini rinunciano a fare politica, qualcun altro occupa quello spazio. Non il popolo, ma i potenti. Non la democrazia, ma la clientelocrazia».

Il paragone è duro ma consapevole. «È lo stesso meccanismo di quando a Casal si pensava che andasse bene così. Un piccolo vantaggio oggi, una schiavitù domani». Per questo insiste sulla memoria. «Io non sono il portavoce di chi non c’è più. Sono uno che deve rendere giustizia a queste persone. Perché nessuno le ricorda più».

La lezione che arriva da questa storia non è consolatoria. È esigente. Chiede di tornare a credere nella politica come bene comune, di ridare dignità alle istituzioni attraverso la partecipazione, di non delegare ad altri ciò che spetta a ciascuno. Casal di Principe, come Taurianova, Rosarno, Corleone, non è solo una ferita della storia italiana o una sequenza di fatti. È anche una riserva di umanità, di resistenza, di luce.

Alla fine, resta un’identità riconquistata. «Io sono orgoglioso di essere casalese. Mediterraneo. Italiano. Europeo. Perché mi porto dentro tutti i valori di questa terra ferita, ma capace di resistere». Casal di Principe non è il nome di un clan. È il nome di un popolo.

Nadia Macrì

RENATO NATALE – ESSERE AMMINISTRATORE IN TERRA DI FRONTIERA




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