GIUSTIZIA, RIFORME E SENSO DEL LIMITE: APPUNTI DI UN PROCURATORE MINORILE SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Il 22 e 23 marzo 2026 i cittadini saranno chiamati a esprimersi, mediante referendum confermativo,

sulla legge costituzionale n. 253 del 30 ottobre 2025, che ridisegna in modo profondo l’assetto della

magistratura. Non è un referendum “a pezzi”, ma un giudizio complessivo su una riforma che interviene su carriere, autogoverno, disciplina e, in definitiva, sull’idea stessa di giustizia che il Paese intende darsi. Scrivo da Procuratore della Repubblica, e per di più minorile. Un osservatorio particolare, che abitua a diffidare delle semplificazioni e a considerare con sospetto le riforme presentate come salvifiche. Chi lavora ogni giorno con ragazzi che hanno sbagliato, e che spesso hanno commesso errori anche in passato, impara presto che i problemi complessi non si risolvono con soluzioni nette e slogan ben confezionati. Chi passa le giornate a spiegare a ragazzi di sedici anni che “questa volta è l’ultima” sa che le grandi promesse di cambiamento, di solito, durano meno di un motorino sequestrato.

Un referendum che chiede un giudizio adulto

Il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione non serve a “mandare un messaggio” o a regolare conti politici. Serve a dire se una riforma costituzionale debba entrare stabilmente nel nostro ordinamento. Non c’è quorum, non c’è possibilità di scegliere cosa salvare e cosa no: o tutto o niente. È una responsabilità che richiederebbe un dibattito serio. E invece, come spesso accade quando si parla di giustizia, il confronto pubblico oscilla tra l’invettiva contro i magistrati e l’autodifesa corporativa degli stessi magistrati. Due posture speculari, entrambe poco utili.

La separazione delle carriere: questione di identità prima che di assetti

La riforma introduce la separazione strutturale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Tema antico, ciclico, emotivamente carico. Spesso ridotto a una caricatura: da una parte i PM “accusatori

di professione”, dall’altra i giudici “inermi”. La realtà, come sempre, è più complessa. Peccato che il vero problema non sia la targa sulla porta, ma il motore sotto il cofano: la cultura professionale. Un pubblico ministero può essere equilibrato o no, garantista o accusatorio, con o senza separazione delle carriere. Ma è indubbio che separare significa anche riscrivere l’identità del PM: sempre meno magistrato “terzo” nella cultura, sempre più parte strutturalmente contrapposta. Detto brutalmente: non è che cambiando la divisa si cambi automaticamente anche il carattere. Il pubblico ministero italiano non è – almeno finora – un avvocato dell’accusa. È un magistrato chiamato a cercare la verità, anche quando questa non coincide con l’ipotesi iniziale. Funziona sempre così? Evidentemente no. Ma il problema non è tanto l’assetto ordinamentale, quanto la cultura professionale. Separare le carriere significa riscrivere quell’identità. Non è di per sé un male o un bene assoluto… ma è ingenuo pensare che non produca effetti profondi, soprattutto sul modo in cui il pubblico ministero percepisce se stesso: servitore imparziale della legge o parte strutturalmente contrapposta alla difesa.

Due CSM e il sorteggio: quando la sfiducia diventa metodo

La riforma prevede due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i

pubblici ministeri. E fin qui, si potrebbe discutere. Ma la vera novità è la modalità di composizione:

non più elezione, bensì sorteggio da elenchi di “idonei”. Il messaggio è chiaro, anche troppo: non ci fidiamo più dei magistrati quando votano. E, diciamolo senza ipocrisia, questa sfiducia non nasce dal nulla. Le degenerazioni correntizie hanno fatto danni enormi alla credibilità della magistratura. Su questo, come categoria, abbiamo poche lezioni da dare. Tuttavia, sostituire un problema culturale con un meccanismo casuale non è necessariamente una soluzione. Il sorteggio può ridurre le manovre di potere, ma non genera automaticamente senso istituzionale, competenza o visione. E, soprattutto, rischia di trasformare l’autogoverno in un esercizio burocratico, privo di responsabilità politica interna. La sorte, per definizione, non conosce il senso del limite. E nemmeno quello della responsabilità.

L’Alta Corte disciplinare: controllo o condizionamento?

Il nuovo assetto disciplinare, con l’istituzione di un’Alta Corte dedicata, viene presentato come risposta alla domanda di responsabilità. Domanda legittima. Ma, come sempre, la questione non è se controllare, bensì come. Un sistema disciplinare troppo debole mina la fiducia dei cittadini. Uno troppo esposto a logiche esterne mina l’indipendenza. Trovare l’equilibrio è difficile, e non basta scriverlo in Costituzione per garantirlo. Anche qui, tutto dipenderà da come questi strumenti verranno utilizzati nel tempo. Il confine è sottile. E chi lavora con i minori sa che il controllo, quando diventa solo punizione, smette di essere educativo e diventa semplicemente “esercizio di potere”.

Un problema che nessuna riforma risolve da sola

C’è un aspetto che attraversa tutta la riforma e che raramente viene detto esplicitamente: essa nasce

anche da un conflitto irrisolto tra politica e magistratura. Un conflitto che ha visto, negli anni, eccessi

da entrambe le parti. Magistrati convinti di essere un contropotere morale. Politici convinti di dover

“rimettere a posto” un ordine giudiziario percepito come ostile. Diciamolo senza troppi giri di parole: questa riforma nasce anche da anni di braccio di ferro tra politica e magistratura. Da una parte, magistrati che talvolta hanno confuso il ruolo con una missione salvifica. Dall’altra, politici che non hanno mai digerito fino in fondo l’idea di essere controllati da un potere indipendente. La riforma rischia di essere letta — e forse pensata — anche come una forma di rivalsa. Non una vendetta plateale, ma una lenta riscrittura degli equilibri, che inizia oggi con assetti organizzativi e potrebbe proseguire domani con interventi più incisivi sull’autonomia del pubblico ministero. Il risultato è una riforma che ha anche il sapore della resa dei conti. Non urlata, non vendicativa in modo plateale, ma metodica. Un pezzetto alla volta. Oggi revisione degli assetti, domani forse altro. Sempre con l’argomento rassicurante: “stiamo solo razionalizzando”.

Conclusioni: il rischio di un primo colpo al pilastro

È qui che, da magistrato requirente, sento il bisogno di alzare lo sguardo. Presi singolarmente, i singoli interventi della riforma possono apparire razionali, persino condivisibili. Considerati nel loro insieme, però, pongono una domanda che non può essere elusa: questa riforma è un punto di arrivo o un grimaldello iniziale? Il rischio è che essa apra una breccia nell’indipendenza del pubblico ministero, trasformandola progressivamente da garanzia per i cittadini a concessione revocabile. Non oggi, forse. Ma domani. Chi lavora con i ragazzi sa che i cambiamenti più pericolosi sono quelli che passano sottotraccia: non la fuga improvvisa, ma l’abitudine lenta a spostare sempre un po’ più in là il confine. L’indipendenza del pubblico ministero non serve ai magistrati. Serve ai cittadini che non hanno voce, ai più deboli, a chi non può permettersi che l’azione penale dipenda dal clima politico del momento. Indebolirla, anche gradualmente, significa spostare l’asse della giustizia dal diritto all’opportunità. Se questa riforma è solo l’inizio, allora il problema non è il testo di oggi, ma il precedente che crea per domani. Una riforma costituzionale dovrebbe rafforzare la fiducia reciproca tra istituzioni, non istituzionalizzare la diffidenza. E dovrebbe partire da un presupposto semplice ma spesso dimenticato: la giustizia non si governa solo con le regole, ma con il senso del limite. Di tutti. Magistrati compresi. Politici inclusi. Forse, prima di riscrivere la Costituzione, servirebbe una riforma più semplice e più faticosa: quella delle coscienze. Dei magistrati, che dovrebbero smettere di giocare alla politica interna. E dei politici, che dovrebbero smettere di pensare alla giustizia come a un problema da addomesticare. Ma questo cambiamento culturale, si sa, non passa per referendum.

Dott. Rocco Cosentino

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Caltanissetta