Mercoledì 11 marzo 2026, Il vescovo della diocesi di Oppido Mamertina – Palmi, monsignor Giuseppe Alberti, ha consegnato al mare un fiore in memoria di tutte le persone che hanno perso la vita annegate. Lo ha fatto in un luogo simbolico, alla Marina di Rosarno, foce del fiume Mesima, nella riserva naturale chiamata Carosello, un luogo di accoglienza: in passato ospitava il porto-emporio di Medma e dove, il 13 agosto 1400, fu ritrovata la sacra effige della Madonna di Patmos. L’incontro di riflessione dedicato alle vittime del mare è stato organizzato da don Salvatore Larocca, parroco della chiesa Matrice di Rosarno, con la collaborazione degli altri sacerdoti di Rosarno, San Ferdinando e Nicotera, come forte richiamo contro l’indifferenza.
Si è narrato uno dei naufragi più terribili consumatisi sulle coste della Calabria, ricordando i nomi dei protagonisti e, in particolare, il dolore di una madre, Aida, che ha ritrovato il figlio morto sulla spiaggia. Erano presenti anche i vicari della diocesi, don Giuseppe Varrà e don Giuseppe De Masi, insieme ai sindaci di Rosarno e San Ferdinando, il comandante della Capitaneria di porto di Gioia Tauro e numerose persone delle comunità di Rosarno, San Ferdinando e Nicotera.
Nel silenzio composto della gente, nel rumore del vento e del mare, il vescovo Alberti ha parlato alle coscienze di ciascuno, facendo risuonare il grido di chi muore tentando la traversata. Ha preso la parola con forza: «Anche noi avremmo potuto essere al loro posto, attraversando il mare. Sapendo dei gravi pericoli, anche molti bambini subiscono questa tragica sorte. Non possiamo restare indifferenti».
Ha poi proseguito: «Perché siamo venuti qui oggi? Vi invito a non considerare queste morti come una fatalità, non come vittime del destino, ma come una responsabilità collettiva che richiede scelte politiche e umane diverse. Siamo qui per chiedere perdono, non per peccati generici, ma per l’indifferenza verso chi muore in mare. Mettiamoci in ascolto: il mare ci sta parlando, anzi il mare sta gridando. Di fronte al suo grido, se subito restiamo in silenzio, subito dopo non possiamo tacere. I vescovi della Calabria, voce fuori coro, con la dichiarazione del 22 febbraio, hanno cercato di scuotere la nostra sonnolenza e disattenzione».
Il vescovo ha poi allargato lo sguardo sul dramma complessivo: «Il mare ci chiede conto. Grande alleato, ponte, fonte di vita e di civiltà, può diventare anche una tomba. Il dramma di 70.000 morti in questo mare negli ultimi trent’anni ci interpella. Usare il cuore come criterio è importante. Passare all’altra riva, a volte, per qualcuno è una necessità di sopravvivenza, una speranza che accende i sogni anche quando molti si spengono in fondo al mare. Vogliamo imparare a guardare negli occhi le persone, condividere con loro storie di futuro e speranza».
Ha concluso con un appello che guardava insieme al presente e al futuro: «La nostra presenza oggi è un piccolo segno: non possiamo risolvere i problemi del mondo, ma possiamo assumere atteggiamenti concreti per arrivare all’altra riva. Dobbiamo combattere quella tremenda malattia che è l’indifferenza, avere uno sguardo profondo e il cuore di Dio, al di là di ogni appartenenza etnica, politica, religiosa o ideologica. Questo è il punto di partenza per un modo rinnovato di riconoscere la realtà». Ha fatto poi notare che gli arrivi dei migranti sono diminuiti, ma sono aumentati i morti: «La matematica umana ci fa andare indietro, ma ognuno di noi, nel nostro piccolo, può creare le condizioni affinché queste tragedie non accadano più. Chi è sepolto nel mare ci ascolta, ci guarda. Con questa disponibilità, non formale ma vera, stiamo compiendo un impegno di cristianità autentica e di umanità rinnovata. Il salvataggio in mare e l’attivazione dei corridoi umanitari rappresentano un modello di protezione, accoglienza e integrazione. Il fiore che gettiamo nel mare, pur nella sua infinitesima piccolezza, è un segno di memoria e di impegno. Le morti ci chiedono conto».
Kety Galati



























