Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, protagonista del quinto appuntamento del percorso diocesano di formazione all’impegno sociale e politico, svoltosi venerdì 13 marzo 2026 presso la Casa del Laicato “Mons. Luciano Bux” di Gioia Tauro.
Un percorso per costruire comunità
La Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, attraverso l’Istituto Superiore Teologico Pastorale “San Giovanni XXIII” e l’Osservatorio Socio Pastorale Diocesano, ha promosso un percorso di formazione all’impegno sociale e politico rivolto in modo particolare ai giovani, agli amministratori comunali e a quanti operano nel tessuto civile del territorio. Il quinto incontro ha affrontato un tema cruciale e per certi versi scomodo: come fare rete nel territorio di fronte ai problemi.
Ad aprire la serata è stato don Pino, che ha introdotto il relatore ricordando come il tema della rete — sul piano civile come su quello ecclesiale — rappresenti una sfida autentica per la Piana: «Anche a livello di Chiesa il vescovo insiste sulla sinodalità, ma si fa fatica davvero a fare rete, ad affrontare i problemi tutti insieme».
Il saluto del Vescovo: leggere la realtà per trasformarla
Il Vescovo ha portato il suo saluto sottolineando il valore non formale di questo percorso, che “sta cercando di mettere a fuoco nodi, questioni, ma anche atteggiamenti e approcci opportuni e necessari per affrontare la complessità del presente”. Il Pastore diocesano ha ricordato come la realtà vada prima di tutto conosciuta e riconosciuta per quella che è, come premessa indispensabile per costruire reti di interconnessione capaci di incidere sul territorio. Ha anche evocato la categoria giovanpaolina delle “strutture di peccato”: realtà che oggettivamente condizionano e talvolta impediscono di far circolare modalità nuove di approccio alla vita comune. Il Vescovo ha infine espresso il desiderio di abitare il territorio “in modo propositivo”, con piccoli passi concreti ma capaci di aprire nuove opportunità.
La rete come metodo per scomporre la complessità
Pierpaolo Romani ha esordito raccontando la genesi di Avviso Pubblico, rete nazionale di enti locali nata nel 1996 da quattordici amministratori locali che decisero di impegnarsi non solo per contrastare le mafie e la corruzione, ma soprattutto per prevenirle culturalmente e politicamente. Una scelta maturata negli anni Novanta, quando Tangentopoli, le stragi di Capaci e via D’Amelio e il crollo delle certezze politiche tradizionali avevano mostrato quanto mafia e corruzione fossero una minaccia reale alla democrazia.
La rete, ha spiegato Romani, non è uno strumento magico, ma un metodo: «La rete è un sistema per affrontare la complessità scomponendola». Costruire una rete significa scegliere una priorità, analizzare il contesto, raccogliere esperienze e diffonderle, mettere a sistema competenze diverse con qualcuno che le coordini. Richiede organizzazione, metodo e — elemento spesso sottovalutato — una cultura del lavoro collaborativo.
Buone pratiche: dai beni confiscati alla “legalità organizzata”
Romani ha illustrato con esempi concreti la forza della rete. Grazie ad Avviso Pubblico, sindaci del centro-nord hanno imparato a gestire i beni confiscati guardando all’esperienza dei comuni del Mezzogiorno — tra cui Polistena — che hanno maturato in questo campo un sapere prezioso. In alcuni territori siciliani, più comuni si sono consorziate per gestire collettivamente i beni confiscati, costruendo uffici interdisciplinari che hanno prodotto cento ettari di terreno coltivato e settecento posti di lavoro attraverso le cooperative di Libera Terra.
Un altro progetto significativo è la “rete di legalità organizzata” sperimentata a Verona, Torino e Modena: un modello che mette attorno allo stesso tavolo amministratori, Camere di Commercio, forze dell’ordine e università per analizzare il territorio con strumenti come l’analisi SWOT, individuare vulnerabilità — come l’accesso al credito o le infiltrazioni nei settori della logistica e dell’edilizia — e costruire risposte condivise. «Lavorare non contro qualcuno, ma per qualcosa»: la salvaguardia dell’economia onesta del territorio.
Amministratori sotto tiro: quando la rete protegge la democrazia
Uno dei frutti più significativi del lavoro di rete è stata la campagna “Amministratori sotto tiro”, che in quindici anni ha raccolto e documentato minacce e intimidazioni a sindaci e assessori in tutta Italia. Da questa opera silenziosa e capillare è nata una Commissione parlamentare di inchiesta, poi una legge (la n. 105 del 2017) che ha inasprito le pene e reso possibile le intercettazioni, e infine un fondo governativo per il ristoro dei danni. La prima marcia nazionale degli amministratori sotto tiro si tenne proprio a Polistena, il 20 giugno 2016: un gesto che, come ha ricordato Romani, ha dimostrato che “dietro i numeri ci sono persone, famiglie, comunità”.
Il racconto del sindaco di Cellamare, Gianluca Vurchio, è diventato emblematico: dopo aver inaugurato un centro sportivo per sottrarre i ragazzi alle strade controllate dalla criminalità, lo ha visto saltare in aria tre giorni dopo. La risposta è stata coraggiosa («Adesso ricostruiamo subito») ma anche fragile, finché la rete non lo ha reso un caso nazionale, garantendogli protezione e voce. «Quando colpiscono un amministratore locale, colpiscono una comunità, colpiscono la democrazia».
I pilastri di una rete che funziona
Nella parte conclusiva del suo intervento, Romani ha indicato gli elementi irrinunciabili per costruire una rete efficace: l’analisi del contesto (conoscere il territorio nella sua complessità); un metodo condiviso (come l’analisi SWOT); la cura delle relazioni («una valanga di tempo, ma è il cuore del lavoro»); la comunicazione trasparente di ciò che la rete fa e ottiene; e infine la partecipazione, contrapposta alla delega. Su quest’ultimo punto, il relatore ha citato Papa Francesco: «La speranza non delude», ma a condizione che non si deleghi — che ognuno si prenda il suo pezzettino di responsabilità, con testa, metodo e passione civile.
Un seme gettato nella Piana
Il dibattito che ne è seguito ha confermato quanto il tema tocchi corde profonde nella nostra comunità: chi lavora nel porto di Gioia Tauro e ha visto la propria impresa onesta soccombere davanti a concorrenti border-line; chi da anni si impegna nelle associazioni territoriali aspettando che i protocolli firmati diventino azione concreta; chi invita a investire in una cultura della legalità capace di essere davvero egemone rispetto all’incultura dell’illegalità.
Il percorso diocesano continua. La sfida — fare rete per abitare il territorio in modo propositivo e giusto — è aperta a tutti.
Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali



















