Quando le piattaforme governano il dibattito: la crisi della comunicazione politica

«Non c’è democrazia senza informazione». Da qui parte la riflessione di Rita Marchetti, docente all’Università degli Studi di Perugia, intervenuta a Gioia Tauro nel sesto appuntamento del percorso di formazione all’impegno sociale e politico promosso dalla diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, un cammino pensato per accompagnare soprattutto i più giovani a una partecipazione consapevole alla vita pubblica, ma che di fatto è seguito da diversi politici del territorio, tra cui anche assessori e sindaci.

L’incontro dal titolo “Oltre gli interessi di parte? La comunicazione politica nell’era digitale per una cittadinanza informata”, si inserisce in un itinerario che intreccia approfondimento culturale e responsabilità civica, offrendo strumenti di lettura sui cambiamenti in atto nella società e nella politica. Infatti, se è vero che le società democratiche si fondano sulla possibilità dei cittadini di scegliere consapevolmente, è altrettanto evidente che questa possibilità dipende dalla qualità, dall’indipendenza e dall’accessibilità delle informazioni.

Per lungo tempo il giornalismo ha svolto una funzione essenziale di mediazione. I giornalisti selezionavano, verificavano, interpretavano. Erano, almeno idealmente, un “cane da guardia” del potere. Oggi questo equilibrio è cambiato. La digitalizzazione ha ridistribuito il potere nell’ecosistema informativo: accanto alle testate tradizionali si sono affermate piattaforme globali, attori alternativi, influencer, cittadini comuni. Una pluralità che, da un lato, ha ampliato le voci nel dibattito pubblico; dall’altro, ha indebolito i presidi di responsabilità.

Il punto non è demonizzare il cambiamento. La disintermediazione ha aperto spazi importanti di partecipazione. Ma ha anche reso più fragile il confine tra informazione e opinione, tra fatto e interpretazione. In questo contesto, le piattaforme digitali operano secondo logiche prevalentemente economiche, non secondo criteri di responsabilità democratica.

Marchetti ha subito chiarito il punto indicando lo smartphone: «Dobbiamo essere consapevoli che i contenuti che ci vengono proposti sono selezionati per tenerci attaccati, per interessi che non sono i nostri». Una consapevolezza che oggi diventa decisiva, in un contesto in cui la mediazione giornalistica si è indebolita e il flusso informativo è sempre più governato dalle piattaforme digitali.

Il cambiamento, ha spiegato, non è neutrale. Se da un lato si ampliano gli spazi del dibattito pubblico, dall’altro si assiste a una progressiva erosione delle regole implicite che tenevano insieme il confronto democratico. «I temi su cui possiamo discutere si ampliano, ha osservato, ma allo stesso tempo vengono sdoganati linguaggi e contenuti che fino a poco tempo fa non sarebbero stati accettabili».

Una trasformazione visibile anche nello stile della comunicazione politica. «Tattiche, stili e linguaggi un tempo considerati disfunzionali per la democrazia oggi sono normalizzati», ha detto, richiamando esempi recenti del dibattito internazionale. Non si tratta solo di toni più aggressivi, ma di un cambiamento più profondo che incide sulla qualità della convivenza civile.

Particolarmente significativo il riferimento agli studi sull’inciviltà online: «Quando un contenuto politico è incivile, produce un effetto contagio. L’inciviltà genera altra inciviltà, e questo non resta confinato nello spazio digitale, ma si riflette nella vita quotidiana».

Il rischio, ha avvertito la docente, è quello di una progressiva perdita di orientamento. «Si diffonde una cultura dell’indeterminatezza: non sappiamo più a chi credere. Cade il mito del pubblico attento e viene meno la presunzione di buona fede nei confronti delle élite». In questo clima, la disinformazione non è più solo un problema di contenuti falsi, ma diventa una chiave interpretativa generalizzata: «Ogni critica può essere liquidata come fake news, anche quando non lo è». È il paradosso di leader politici che attaccano sistematicamente i media, contribuendo a delegittimarli agli occhi dell’opinione pubblica. Il risultato è una spirale pericolosa: meno fiducia nei media significa meno fiducia nelle istituzioni. E senza fiducia, la democrazia si indebolisce.

Non è un fenomeno nuovo, ma oggi assume una portata diversa. «Nessun governo, né di destra né di sinistra, è immune dalla tentazione di controllare i media per preservare il proprio potere», ha ricordato Marchetti, citando un recente studio. La novità, semmai, sta nella velocità e nell’ampiezza con cui queste dinamiche si diffondono nell’ecosistema digitale.

In questo quadro, il rapporto tra media e società resta centrale. «I media non agiscono in un vuoto, ha sottolineato, ma dentro la società: influenzano la politica, l’economia, la cultura e allo stesso tempo ne sono influenzati». Un intreccio che rende impossibile semplificare: la crisi della democrazia non nasce solo dalla comunicazione, ma trova in essa un potente amplificatore.

Da qui l’invito finale alla responsabilità, in linea con lo spirito del percorso promosso dalla diocesi: formare cittadini capaci di orientarsi criticamente nell’ecosistema informativo e di contribuire, ciascuno nel proprio ambito, alla costruzione del bene comune. Perché la qualità della democrazia dipende anche dalla qualità dello sguardo con cui ciascuno legge e interpreta la realtà.

Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali