I percorsi di fede non bastano se manca il profumo di casa

Perché la pietà popolare è un’alleata vitale per l’Iniziazione Cristiana

Chiunque frequenti le nostre parrocchie conosce quella strana sensazione di smarrimento che si prova la domenica della Cresima. I ragazzi sono bellissimi, vestiti a festa, circondati da famiglie sorridenti. Eppure, sotto l’emozione, si fa strada un retropensiero amaro: «Quanti di loro vedremo ancora qui domenica prossima?». Spesso, la risposta la conosciamo già.

Abbiamo investito anni in itinerari di Iniziazione Cristiana strutturati, con sussidi colorati, guide teologiche e catechisti generosi. Allora perché, alla fine del percorso, l’impressione è quella di aver consegnato un diploma di congedo piuttosto che aver acceso un fuoco? Forse perché abbiamo commesso un errore di valutazione: abbiamo pensato che la fede si trasmettesse spiegandola. Ci siamo dimenticati che la fede, prima di essere capita, ha bisogno di essere “sentita”, respirata, toccata. Ed è esattamente qui che entra in gioco la pietà popolare, che non è la “fede dei semplici”, ma l’alfabeto degli affetti della Chiesa.

C’è stata una stagione in cui si è pensato che per formare cristiani adulti bisognasse ripulire l’esperienza credente da tutto ciò che sembrava troppo emotivo o ingenuo. Abbiamo guardato con sufficienza alle nonne che accendevano i lumini ai santi, ai papà che portavano i figli a spalla a vedere la processione, ai baci consumati sui piedi di una statua di legno. Abbiamo preferito l’aula al santuario, il concetto al simbolo.

Ma un bambino non si innamora di un concetto: si innamora di un’atmosfera. L’Iniziazione Cristiana rischia l’anemia se la separiamo dalla vita vissuta della nostra gente. I sacramenti stessi sono fatti di materia carnale: acqua, olio, pane, vino. La pietà popolare parla questa stessa lingua. Quando un ragazzo cammina nel buio durante una Via Crucis, stringendo la sua candela che trema al vento, o quando sperimenta il silenzio carico di un santuario dopo chilometri di cammino, sta facendo un’esperienza teologica profonda. Sperimenta che la fede è un corpo che cammina con altri corpi, non una lezione da mandare a memoria. Come ricordano gli stessi Orientamenti della CEI in “Incontriamo Gesù” (n. 42), <<la pietà popolare non si pone mai come un’alternativa alla vita sacramentale, ma ne favorisce l’accostamento, creando quelle disposizioni interiori necessarie. Essa non intende sostituire l’annuncio, ma lo precede e lo accompagna come un terreno fecondato in cui il seme della Parola può mettere radici stabili e profonde>>.

Il vero dramma dei cammini educativi oggi è che spesso si muovono nel vuoto. Un tempo l’iniziazione era l’esplicitazione di qualcosa che a casa si respirava già. Oggi i ragazzi arrivano in parrocchia dovendo imparare da zero i gesti più semplici, persino il segno della croce. La pietà popolare ha una virtù terapeutica enorme: riattiva la memoria familiare. È la preghiera sussurrata sul letto del nonno malato, è il fioretto di maggio, è l’attesa della festa del paese. Queste non sono “devozioni secondarie”; sono il cordone ombelicale che lega la comunità alla cucina di casa, il luogo dove la fede si incarna davvero.

Spiegare la Misericordia di Dio a un preadolescente usando solo un sussidio è difficilissimo. Portarlo davanti a un’immagine antica dell’Addolorata, fargli osservare le spade che le trafiggono il cuore e raccontargli di quante madri, in quel preciso paese, si sono inginocchiate lì a piangere per i loro figli trovando consolazione… ecco, questo rende la misericordia una storia di carne, non una definizione astratta. D’altronde, Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” (nn. 122-124) sottolinea chiaramente come nella pietà popolare, poiché frutto del Vangelo inculturato, sottostà una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare, pena il disconoscere l’opera stessa dello Spirito Santo. È in questa forma di spiritualità, infatti, che si ritrova la modalità genuina in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettesi di generazione in generazione.

Il rapporto tra questi due mondi non è però automatico. Sappiamo bene che la pietà popolare va custodita, liberata da derive folkloristiche, superstiziose o dal rischio di diventare una recita sociale fine a sé stessa. Deve sempre condurre all’altare, all’Eucaristia domenicale, alla Parola e alla carità vissuta. Come intuiva già San Paolo VI nell’Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi” (n. 48), <<la pietà popolare, se è ben orientata soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, si rivela ricchissima di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere, rendendo capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo quando si tratta di testimoniare la propria fede. Tuttavia, resta fermo che essa ha costante bisogno di essere evangelizzata per non ridursi a un vuoto ritualismo>>.

Oggi la vera urgenza è simmetrica: dobbiamo “popolarizzare” l’iniziazione cristiana, lasciandoci contagiare da questa sapienza. Nelle nostre comunità questo significa compiere scelte concrete:

Valorizzare i tempi liturgici e i gesti: Coinvolgiamo attivamente i ragazzi nei momenti forti della pietà comunitaria (la Via Crucis, la preparazione del Presepe, l’infiorata), aiutandoli a scoprirne il significato interiore.

Sostituire l’aula con il cammino: Trasformiamo una domenica di itinerario in un piccolo pellegrinaggio a piedi verso un santuario della nostra diocesi. La fatica condivisa, il passo cadenzato e il pranzo al sacco uniscono più di mille parole.

Abilitare i sensi e i simboli: Lasciamo che i ragazzi tocchino l’acqua del battistero, che sentano il profumo intenso del sacro crisma, che guardino negli occhi i testimoni della fede della loro terra.

In un mondo che viaggia a velocità digitale e rischia costantemente l’isolamento emotivo, la pietà popolare offre all’iniziazione cristiana quel calore umano e quel radicamento culturale di cui le nuove generazioni hanno vitale bisogno per non percepire la Chiesa come un museo. Non si tratta di copiare acriticamente il passato, ma di lasciare che lo Spirito Santo parli attraverso la storia, la carne e la cultura della nostra gente. Quando la precisione dei nostri percorsi incontra il calore vitale della fede del popolo, la fede cessa di essere un dovere istituzionale e torna a essere ciò che è sempre stata: un incontro che scalda il cuore e illumina la vita quotidiana.

Sac. Giuseppe Sofrà