«È la relazione che salva»: l’ISTeP inaugura l’anno formativo con “Dio è comunicazione”

Il vescovo Giuseppe Alberti: «Vinceremo noi se rimaniamo nella relazione, cioè se rimaniamo umani». Al centro della serata l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV

Mercoledì 21 ottobre, nell’Auditorium della Casa del Laicato “Luciano Bux”, l’Istituto Superiore Teologico-Pastorale San Giovanni XXIII ha inaugurato il nuovo anno formativo con l’incontro “Dio è comunicazione: culture e linguaggi nuovi, sfide teologico-pastorali”, alla presenza del vescovo, mons. Giuseppe Alberti. In sala, insieme agli studenti dell’Istituto e a parte del collegio dei docenti, anche un folto gruppo di insegnanti di religione cattolica, invitati dall’Ufficio Scuola diocesano. La direttrice, suor Tina Carbone, ha spiegato la scelta di un incontro condiviso alla luce del cammino sinodale della diocesi: non moltiplicare gli appuntamenti, ma riflettere insieme come Chiesa locale.

La serata si è aperta con la preghiera di Salomone dal libro della Sapienza. Una scelta tutt’altro che casuale, ha spiegato il direttore dell’ISTeP, don Elvio Nocera: era la preghiera che portava con sé, da seminarista, prima di ogni incontro con il direttore spirituale. «La sapienza non è un fatto intellettualistico», ha detto. «La sapienza è Gesù. Noi non veniamo qui ad abbeverarci di nozioni culturali, ma per conoscere sempre meglio la sapienza di Dio, che è il Cristo incarnato, rivelatore e comunicatore del Padre».

Partire da Dio, non dall’intelligenza artificiale

Don Nocera ha subito chiarito la prospettiva dell’incontro: «Parleremo certamente dell’intelligenza artificiale, ma partendo da una realtà che è Dio». Anche Magnifica Humanitas, ha ricordato, non è semplicemente “l’enciclica sull’intelligenza artificiale”, come spesso la raccontano giornali e televisione, ma un testo sulla dignità della persona umana davanti a questa nuova sfida. «Quando diciamo Dio è comunicazione non stiamo dicendo uno slogan: stiamo fissando il fondamento della nostra fede. Il nostro Dio si è comunicato, si è rivelato», ha aggiunto, richiamando la Lettera agli Ebrei: Dio ha parlato multifariam multisque modis, molte volte e in diversi modi.

Il direttore ha sottolineato anche il valore del percorso formativo: la stessa proposta del mercoledì sera viene offerta il giovedì mattina ai presbiteri, «perché stiamo camminando tutti nella stessa direzione». E dal contenuto formativo condiviso, ha osservato, «nasce un linguaggio comune, e dal linguaggio comune, speriamo, anche un atteggiamento comune».

Due voci, un’unica relazione

Le relazioni, definite da don Nocera «due polmoni di un’unica relazione», sono state affidate a due volti noti della diocesi. Don Leonardo Manuli, docente dell’ISTeP, direttore di Acqua Viva News e da pochi giorni parroco a Galatro, ha offerto una lettura antropologica e teologica del secondo capitolo dell’enciclica: l’uomo creato a immagine del Dio trinitario, e quindi essere in relazione; la dignità che non dipende da ciò che produciamo; il bene comune. Contro la logica del “tutto, sempre e subito”, ha proposto quella del “non tutto, non sempre, non subito”, ricordando che per il Papa l’uomo è magnifico non per la sua potenza, ma proprio nella sua fragilità. Ha concluso con un’immagine cara all’enciclica: il tessitore, che lavora filo dopo filo senza vedere subito il disegno completo.

Filippo Andreacchio, direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali, ha accompagnato i presenti in un percorso più vicino all’esperienza quotidiana. Partendo dal funzionamento dell’IA generativa («plausibile, ma non vera»), e raccogliendo alcuni spunti di mons. Christian Barone dal ciclo di webinar “CambIAmenti?” dell’Ufficio Nazionale CEI, ha individuato tre sfide teologico-pastorali: la sapienza, la relazione e il corpo, il tempo. Ha poi messo in guardia dalla comunicazione “facile” prodotta con l’IA, che rischia di omologare tutto e di non incontrare mai qualcuno capace di dire di no: «La macchina risponde sempre, mentre solo una comunità sa ascoltare».

Il vescovo: «Rimanere umani»

Nelle sue conclusioni, che don Nocera ha voluto presentare non come una sintesi ma come l’apertura di nuovi processi, mons. Alberti ha indicato la chiave della serata: «La cosa fondamentale è aiutarci a rimanere umani in questo tempo». Una sfida possibile solo se si è persone mature nella relazione: «La solitudine diventa paura perché abbiamo perso la relazione. È la relazione che salva. È quello che ci dice Dio, che si è relazionato con noi». Per questo, ha aggiunto, «il cristianesimo è geniale: vuole salvare l’umanità», a condizione di non separare la liturgia dalla vita, la carità dalla catechesi.

Il vescovo si è detto colpito da un’espressione emersa nella serata: l’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di credere. «È impressionante. Mette in discussione non solo la nostra umanità, ma anche la nostra esperienza religiosa più profonda, ciò che è più prezioso per noi». L’obiettivo di questi incontri, ha precisato, non è intellettualistico: «Sapere qualcosa di più sull’intelligenza artificiale non importa. Importa renderci conto che è un ambiente, che ci siamo dentro, e che possiamo essere umani o disumani».

Il contrario dell’intelligenza, intesa come intus legere, leggere dentro, è per il vescovo la superficialità: nelle parole, nei giudizi, negli atteggiamenti. Per vincerla serve «una grandissima spiritualità quotidiana», non straordinaria, ma capace di renderci più umani ogni giorno. E ha rilanciato una frase ascoltata durante la serata: «Solo la comunità ascolta. Che chiamata tremendamente bella per la comunità cristiana oggi. Siamo comunità che ascoltano?». La sfida educativa, ha avvertito, non riguarda solo i giovani: «Gli adulti ci sono dentro almeno quanto loro».

Infine, la pedagogia della lentezza, che il vescovo ha definito «altissima spiritualità cristiana»: «Dio è lentissimo: trent’anni di vita nascosta, contro tre di vita pubblica». Prima della benedizione, l’invito conclusivo: «Ciò che ci salva è la relazione, cioè volerci bene. Se c’è questo, non c’è intelligenza artificiale che tenga. Vinceremo noi, se rimaniamo nella relazione: cioè se rimaniamo umani».

Lo stesso percorso è stato riproposto la mattina seguente al clero diocesano.

Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali