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La misericordia che fa “evadere”

Venerdì 16 ottobre 2015 presso il salone Pio X della Parrocchia San Nicola in Palmi, i membri della Consulta di Pastorale Giovanile e il loro direttore Don Vincenzo Leonardo Manuli, hanno incontrato Don Silvio Mesiti. La lettura del Vangelo riferita al padre misericordioso ha introdotto le parole di Don Silvio: Parola che davanti a noi è divenuta autenticità di vitaDon Silvio, un uomo, un sacerdote a priva vista spigoloso, quasi burbero, ma che con il passare dei minuti ci è sembrato una torta con la crosta di cioccolato duro e il ripieno di tanta crema dolce. E si, dolce, umile e buono. Tra i racconti di un sacerdote che dona “tra le sbarre” tutto se stesso ed anche oltre, non ce ne è uno meno emozionante e commovente di un altro, ma tutti hanno un filo conduttore: la semplicità disarmante della carità di un uomo,  Don Silvio.


Il tempo a disposizione è voltato via come un batter d’ali, ed in noi tutti è rimasto il desiderio di rincontrare quell’uomo che ha svelato la realtà ai molti nascosta: i detenuti non sono per forza di cose peccatori ed i peccatori non sono necessariamente solo i detenuti. Parole semplici ma che al contempo aprono e illuminano una realtà “anonima“, quella carceraria. La società in generale, i politici e, soprattutto, noi cattolici cosa facciamo per migliorare la condizione dei detenuti? Molte volte nulla. La pena dovrebbe avere una finalità rieducativa, ma all’interno di un carcere c’è poco di rieducativo. Anzi, come si sente dire è proprio il carcere la scuola per la delinquenza. Perché chi non lo è a furia di stare a stretto contatto con i delinquenti impenitenti lo diventa; chi lo è già, stante l’ambiente, non cambierà, mai. Altra drammatica riflessione, è quella riferita agli innocenti, magari in un primo momento mostri incatenati e dati in pasto ai giornali, che purtroppo giacciono all’interno delle carceri: chi mai potrà ripagarli degli errori commessi sulla loro pelle, anni buttati entro quattro mura a gridare la loro innocenza.

Allora, noi ci dobbiamo interrogare su quali sono le metodologie doverose per far si che il carcere non diventi un luogo dove abbandonare chi ha sbagliato senza dargli alcuna possibilità di risalita. Si risalita da un inferno costruito dalla collettività buonista e giustizialista allo stesso tempo. Purtroppo è la società che alza dei muri invalicabili, che non sono certo quelli che circondano gli istituti di pena: lo sono i pregiudizi e l’immobilismo nei confronti di coloro che sbagliano, prima, dopo e durante l’espiazione della pena. I muri che non lasciano intravvedere la “Luce” e privano di Speranza tutti gli uomini, sia quelli che si trovano dentro che quelli che si ritengono liberi fuori.

Don Silvio ci ha aperto gli occhi, perché fare il missionario non necessariamente significa andare in luoghi lontani migliaia di chilometri, le periferie esistono anche da noi ed alcune volte dentro di noi. Grazie Don Mesiti del tempo che ha voluto dedicarci … ma grazie soprattutto di ciò che giornalmente fa per i nostri fratelli che nel silenzio di quattro mura attendono la vera giustizia!

O.G.


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