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03/Gen/17

Omelia e intervista video del Vescovo in occasione della Marcia della Pace

«In principio era il Verbo. Il Verbo era Dio e il Verbo era presso Dio. Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il Verbo si è fatto pace e ha posto il suo laboratorio in mezzo a noi, lui il Principe della Pace, insegnandoci che si è uomini di pace soltanto se lo si segue». Con queste parole il Vescovo della nostra Diocesi, Mons. Francesco Milito ha iniziato la sua forte omelia nella solenne concelebrazione del primo gennaio a Polistena a conclusione della tradizionale marcia della Pace che si è snodata per le vie del paese con larga partecipazione di popolo, associazioni, gruppi e autorità. Durante la Marcia è stato proiettato un video sulla pace curato dai ragazzi del Servizio civile della parrocchia e successivamente sono state ascoltate alcune testimonianze di giovani egiziani studenti presso l’Istituto Tecnico Industriale di Polistena e il racconto di un uomo siriano rifugiato in Italia.

E continuando: «Egli non era nato in un mondo di pace. Anche se la pax augustea era un evento che annunciava che erano pronti i tempi perché lui si rivelasse, quelli erano invece tempi in cui la legge romana imperversava nell’odio e nella violenza e lo stesso Gesù fu inconsapevole oggetto e soggetto di questa violenza. Egli era venuto per la pace, era la Pace, ma il suo non era un tempo di pace. Eppure egli ha sempre opposto alla violenza, andando al cuore delle persone, il seme della pace perché era necessario convincersi dentro che la vera forza era quella dell’amore».

E questo egli ha vissuto con i fatti e le parole, facendo comprendere che la pratica dell’amore è sempre quella vincente; tant’è che l’impero e tante forze del tempo non esistono più, mentre il regno di Cristo esiste ancora perché fondato non su dinamiche di guerra ma sul principio dell’essere in pace con tutti. «Soltanto andando a scuola del Signore, alla sua sequela, noi impariamo nel suo laboratorio di pace che cosa significhi essere uomini e donne di pace e impariamo pure che questa strada vincente deve essere perseguita puntando a un motivo più alto». Il Vescovo si è riferito infatti al segno della processione o marcia della pace, partita dalla Chiesa della Trinità, dove è venerata la Madonna dell’Itria, perché la Trinità è l’oceano dell’amore e della pace in cui la diversità nell’unità della natura è ricchezza e sorgente per gli altri. La Madonna dell’Itria, poi, cioè l’Odigitria, colei che mostra la strada, la via che è Gesù, ci indica che il fondamento della strada della pace è la Trinità. Non c’è fondamento politico più forte della Trinità, per chi crede e per chi non crede, perché solo l’amore, quello autentico, vero, che ci sorpassa, che va al di sopra di noi, fonda rapporti capaci di non rendere all’altro male per male, di non reagire con le faide, le vendette, con ritorsioni, con i conti che si saldano a tempo opportuno, passassero anche degli anni. La Trinità non reagisce: «Chi dinanzi alla violenza non reagisce sa che la vittoria sta lì, sa che seguendo il suo Signore può raggiungere risultati migliori».

Il Vescovo ha poi richiamato, ricordando l’implorante grido del beato Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965 jamais la guerre, jamais la guerre, il messaggio di papa Francesco per la 50a Giornata Mondiale della Pace, La non violenza come pratica e politica della pace, sottolineando che non si comprende questa logica se dopo aver detto che Dio è il fondamento della pace non si aggiunge che in Dio è la collaborazione, vale a dire che bisogna coltivarsi uomini e donne di pace. La pace esterna è possibile se ce l’abbiamo dentro, se su di essa si fa affidamento permanente. «Se non sono in pace con me stesso – si è domandato il Vescovo – come posso essere in pace con chi mi sta vicino? Se dentro di me non c’è questa ricerca, difficile, ma possibile, di vivere in modo veramente umano, come posso pretendere che io, in situazioni di richiamo alla violenza, non reagisca in modo violento?». E quindi la prima domanda da porsi: «Dentro di me coltivo sentimenti di pace al di là di quello che ci può essere all’esterno? Se dentro di me non c’è la motivazione della pace, come si vuole che chi mi sta intorno possa realizzarla?». E riprendendo un insegnamento di Madre Teresa di Calcutta ha invitato i presenti a iniziare a vivere la pace in famiglia, perché dal soggetto singolo la pace si estende a quelli che stanno vicino. La famiglia è la fucina della pace, frutto della circolarità dell’amore che conduce a una vita serena in famiglia, intendendosi per essa quella formata da un marito, una moglie e i figli.

Richiamando il suo recente Messaggio di Natale alle famiglie della Diocesi, il Vescovo ha evidenziato che molte sono le violenze di ogni genere perpetrate nelle nostre famiglie, spesso non registrate per pudore o per paura. «Se la pace alberga in me e nella famiglia sul fondamento della Trinità, sono invitato ad andare ogni giorno a scuola di questa concezione e di questa pratica della pace, mai dissomiglianza da Dio perché la pace è una prassi fondata sulla concezione dell’uomo seconda la Trinità». Il Vescovo ha sottolineato, infatti, che ogni qualvolta agisco violentemente contro l’altro compio un sacrilegio; un omicidio, prima di tutto, è un sacrilegio contro Dio; quando si uccide l’altro c’è ateismo puro, perché se manda la fede si è capaci di tutto. E con forza il vescovo ha proseguito: «Quando nel cuore dell’uomo alberga l’odio, la vendetta, dentro di te c’è satana, perché solo il principe del male può ispirare nell’uomo la violenza della notte del 31 dicembre o le violenze degli ultimi tempi in tutto il mondo». Per questo il Vescovo ha rimarcato che l’uomo deve avere la capacità di opporsi a lui con le armi dell’amore, vivendo con una fantasia d’amore superiore a quella di satana: “con il perverso sei astuto” (Sal 17,27),  cioè  utilizzi l’intelligenza creativa del bene per far  sì che si realizzi la pace, come fanno tanti movimenti per la pace, spesso pagando di persona, perché la pace ha sempre un prezzo, come Gesù che è morto per la pace, quella pace che la sera della risurrezione dona ai suoi discepoli, la pace che è dono del tempo e della Chiesa.

Per questo la Chiesa celebra la Giornata della pace il primo dell’anno perché la liturgia del giorno pone al centro dell’attenzione la pace, richiamandola nella prima lettura nella benedizione sacerdotale che Aronne fa sul popolo, pochissime battute in cui si chiede che il Signore faccia splendere il suo volto sull’assemblea con la sua benevolenza e il suo amore, donandole la pace. «E in Cristo – ha proseguito il Vescovo – noi abbiamo un alleato della pace, perché è lui il Principe della pace».

Il Vescovo si è riferito alla grande grazia che la nostra Diocesi vivrà nel 2017 con l’Anno Mariano in cui è posta al nostro sguardo l’icona russa della Madonna della Tenerezza perché Maria è la storicità trinitaria di Dio fatta maternità. E questo nel centenario delle apparizioni di Fatima, dove prima della Madonna ai tre Pastorelli compare l’Angelo della Pace, proprio perché questi bambini fossero preparati a pregare, a soffrire per la pace. E Fatima ha detto come quando si nega la fede in Dio l’uomo è capace di tutto: lo testimoniano i lager nazisti e i lager di oggi, cioè tutti quei posti dove quando si nega l’immagine di Dio l’uomo viene ridotto a uno straccio.

Il Vescovo richiamando l’affermazione di papa Francesco “Stiamo vivendo una guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto”, si è domandato accoratamente: «Quando l’uomo comprenderà che invece di lavorare per la pace, lavora per la guerra? Che invece di impegnare risorse per la vita e per la fame nel mondo, li impegna per la guerra?». Di fronte all’obiezione e alla sfiducia di qualcuno che si domanda  come le comunità cristiane si possano opporre a queste politiche mondiali di guerre programmate a tavolino, il Vescovo ha detto che la forza della pace ha un suo potere a lunga gittata, non può essere frutto immediato, ma frutto sicuro quando seminando la pace, lavorando, si riesce a capire che i dissidi si possono risolvere, come ricorda papa Francesco, con le armi della ragione, confrontandoci su ciò che è oggetto di dissidio per trovare soluzioni adeguate ed eque, sempre confidando nel Signore.

«Quest’Anno mariano, nel ricordo dell’invito alla conversione proveniente da Fatima – si è augurato il Vescovo – rappresenti veramente una svolta nel modo di concepire, di vivere il cristianesimo nella nostra Diocesi» domandandosi come sia possibile stare in chiesa, accostarsi alla comunione e scambiarsi un bugiardo segno di pace, parlando alle spalle delle persone, calunniando, anche in modo proditorio, e come sia possibile credere che si ci possa essere la forza della pace se non riusciamo a perdonare l’altro. Da qui la speranza che in quest’anno che ha come eco l’Anno giubilare possiamo capire che la misericordia si deve tradurre in pace attiva per tutti noi. «L’essere approdati in chiesa dopo la marcia della pace, dopo tante testimonianze di popoli a noi vicini, ci aiuti a comprendere che la pace è possibile perché Dio è possibile» e per questo l’augurio di essere artefici di pace in se stessi, nella famiglia, nelle istituzioni, nel nostro paese, nella nostra Diocesi.  Il Vescovo ha così concluso: «Sia questo un anno di pace per tutti sotto il segno di Maria, Madre e Regina della pace, per contribuire a un mondo più umano e vivibile, quel mondo annunciato dagli Angeli nella notte di Natale, abitato dagli uomini che Dio ama e così vivere sempre a Sua immagine e somiglianza».
 
Rosario Rosarno
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Di seguito anche l’intervista e le immagini della Marcia a cura dell’emittente PianaInforma:
 
 



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