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La Catechesi quaresimale del Vescovo per le Parrocchie di San Ferdinando e Bosco di Rosarno

     Si è svolta nella Parrocchia di San Ferdinando Re nella serata di martedì 11 Marzo, per le parrocchie di San Ferdinando Re, San Giuseppe e Sant’Antonio (Bosco di Rosarno), la prima delle quattro catechesi quaresimali che il nostro Vescovo S. E. Mons. Francesco Milito terrà per il Vicariato di Gioia Tauro – Rosarno e che ha avuto come tema “gli affamati – gli assetati”.   
     Non a caso  l’intervento del Vescovo ha avuto quale riferimento due delle sette opere di misericordia leitmotiv scelto per affrontare il cammino pastorale dell’ “Anno della Carità” in corso. Sua Eccellenza prendendo spunto dal Vangelo ha fatto un’analisi approfondita della nostra società odierna per individuare gli affamati e gli assetati del nostro tempo. Dalla riflessione del nostro Vescovo è emerso come l’impegno dei fedeli verso i fratelli bisognosi non deve limitarsi al mero assistenzialismo ma deve radicarsi in profondità con un attenzione rivolta sì al materiale ma soprattutto all’anima. La carità è  il dare consapevole e coscienzioso di chi crede.
 
Dare da mangiare agli affamati
 
      Soffermandosi sulla prima delle sette opere di misericordia corporali S. E. si è chiesto se sia possibile che Cristo patisca la fame anche oggi nei nostri fratelli bisognosi, in una società del benessere diffuso come la nostra. Ebbene sì, basta volgere quotidianamente lo sguardo al di fuori delle nostre case per capire che nella nostra Piana molta gente è povera di tutto e spesso si priva anche della sua dignità di persona per compiere gesti estremi o inusuali. Rispetto a tale contesto i cristiani sono chiamati come il buon samaritano a chinarsi costantemente verso le povertà dell’umanità con l’atteggiamento di chi cura le miserie della vita. Così una parrocchia, un comune, il pane per chi ha fame, dovrebbero saperlo preparare sempre, con il concorso di tutta la comunità. Gesù, infatti, pesa e misura la nostra autenticità con la capacità di placare il bisogno corporale e spirituale dell’ultimo attraverso il parametro della carità nella locuzione “Perché avevo fame e mi avete dato da mangiare…” (cfr Mt 25,31-45). Allora sorge l’interrogativo: come dividere il nostro pane con chi ha fame? Simone Weil ha scritto che far sì che un essere non soffra la fame quando si ha la possibilità di aiutarlo è un obbligo eterno verso l’essere umano. Orbene, al di là di tutti gli strumenti operativi che è possibile mettere in campo, il pane che il cristiano offre all’affamato non è diverso da quello che un qualsiasi uomo offre allo stesso ma, tuttavia, egli sa che insieme al pane deve dare se stesso, la verità che ha sperimentato in Cristo Gesù, all’umanità affamata nella certezza che un giorno non avrà più fame di pane ma di ascoltare la parola del Signore. E’ questo l’insegnamento con cui esordisce la vita di Gesù: “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Il bisogno vitale della verità è per l’uomo altrettanto impellente quanto quello del cibo. L’uno e l’altro devono essere al servizio dell’affamato.
 
Dare da bere agli assetati
 
     Il Vescovo si è chiesto che significato può avere quest’opera di misericordia nella nostra Piana tra la nostra gente. Certo a dispetto di molte zone del mondo non possiamo lamentarci per la carenza di acqua. Infatti, oggi si parla sempre più frequentemente di grande siccità, ma non c’é nessuno che patisca veramente la sete, sono in tanti però i fratelli  che soffrono la sete di Dio e di affetto. Chi può dire oggi di non conoscere vecchi soli o abbandonati, bambini senza famiglia, adolescenti e giovani che non hanno un punto di riferimento, persone sole, fallite nella vita familiare e sociale, emarginate, che non hanno nessuno che abbia voglia e tempo di comunicare con loro. Spesso sono persone a noi vicine, che incontriamo per strada, con cui passiamo ore e ore gomito a gomito. Dunque, il cristiano sa di esercitare l’opera di misericordia descritta quando dedica un po’ di tempo, di attenzione, di affetto a queste persone, con discrezione, con rispetto. Ciò detto, il nostro essere cittadini del mondo ci impone di allargare l’orizzonte del nostro agire non dimenticando quelle zone del mondo dove c’è gente che, quando non piove, non ha più l’acqua, patisce la sete e muore anche di sete. E sono decine e decine di milioni di persone. Chi è stato in Africa in periodi di siccità, ricorda le lunghe processioni di donne e bambini, con l’anfora sulla testa, che percorrono chilometri a piedi per prendere un po’ d’acqua nelle ultime sorgenti rimaste: e quasi sempre si tratta di acqua inquinata. Un miliardo e 250 milioni di persone nel mondo non dispone di acqua potabile; eppure, quotidianamente il Signore ci chiede da bere per poi dirci un giorno “Avevo sete e mi avete dato da bere”.
      L’incontro si è concluso con l’intervento di numerosi fedeli che hanno condiviso le proprie riflessioni e testimonianze in un clima di comunione e spirito di famiglia.
                                                                                                                                                                       
                                                                                                 Avv. Michele Varrà