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27/Gen/16

L’incontro seminariale su “Maria e i Santi tra culto, devozione e pietà popolare”

In preparazione alla pubblicazione del documento su “Principi e Norme per feste e processioni nella nostra Diocesi”, lunedì 25 gennaio presso l’Auditorium diocesano “Famiglia di Nazareth” si è svolto il secondo incontro seminariale dei tre previsti, dal tema “Maria e i Santi tra culto, devozione e pietà popolare”.

Il relatore, come nel primo incontro, è stato don Ignazio Schinella, che con la sua sapiente eloquenza ha guidato i presenti alla comprensione del tema, introdotto dal Vicario Generale, Mons. Giuseppe Acquaro che nel porgere il saluto del Vescovo ai presenti, ha sottolineato come dopo il Concilio Vaticano II la pietà popolare non sia stata ben vista, mentre essa è “cuore” che eleva, aiuta i fedeli sulla via della fede

Don Ignazio ha iniziato richiamando l’annuncio della Pasqua, fatto nel giorno dell’Epifania: «Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza», due verbi che puntualizzano il motivo, la ragion d’essere e lo scopo dell’azione liturgica, vale a dire rendere presente l’opera di liberazione, di misericordia e di alleanza compiuta dal Padre per Cristo nello Spirito, perché ogni persona faccia esperienza del perdono e raggiunga la salvezza. E giustamente e correttamente, il Direttorio su pietà popolare sceglie di adottare l’anno liturgico come quadro generale entro il quale esaminare i pii esercizi del popolo cristiano.

Naturalmente il centro del tempo pasquale della Chiesa è la domenica, segno del prevalente senso del mistero e dell’imitazione di Cristo nella vita della Chiesa e del cristiano e ciò significa che ogni esercizio come ogni forma di vita deve ispirarsi e porre le sue radici feconde nel mistero di Cristo. Ma come ben si esprime il Canone Romano, facciamo ciò «in comunione con tutta la Chiesa» ricordando e venerando la beata e sempre Vergine Maria, Madre di Dio, san Giuseppe suo sposo, i santi apostoli e tutti i santi. Perciò l’anno liturgico e la liturgia costituisce il naturale contesto dentro cui la Chiesa fin dall’inizio ha celebrato l’associazione la Beata Vergine Maria e i santi alla storia della salvezza.

Al centro della vita cristiana c’è l’Eucaristia che è memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù e insieme fede testimoniale della Chiesa. Ma a tal proposito don Ignazio ha sottolineato come nella celebrazione eucaristica Maria e l’apostolo Giovanni sono invitati a partecipare al movimento sacrificale del dono del Figlio morente. Tale triangolo mistico è animato dall’offerta spirituale di ciascuno in vista dell’appartenenza reciproca nell’ amore. Maria è chiamata a donarsi alla Chiesa apostolica e la Chiesa apostolica a Maria in lui. Ad ogni eucaristia Maria e Giovanni, ovvero tutti i santi, sono donati a noi e noi siamo donati a Maria e Giovanni che sono donati a tutti e a ciascuno di noi. Una verità che la preghiera liturgica enuncia tutti i giorni perché celebriamo i misteri di Cristo communicantes et memoriam venerantes, in primis gloriosae sempre Virginia Mariae …. E la sua presenza liturgica, frutto dell’immolazione dell’Agnello, assume una particolare risonanza nel giorno del Signore, la Domenica. Il relatore ha ricordato a tal proposito come il saluto del sacerdote all’inizio della messa ricordi il saluto dell’Angelo a Maria, cui segue il consenso di Maria e l’incarnazione del Redentore fino a potersi configurare un vero e proprio parallelismo tra l’attesa del sì nuziale di Maria e l’attesa del sì nuziale dell’uomo.

Analizzando un gesto molto semplice e comune dei fedeli, l’ingresso in chiesa, don Ignazio ha evidenziato come spesso  il credente va direttamente alla statua del Santo o della Santa che bacia e venera e poi va verso la celebrazione dell’eucaristia, spiegando che il gesto alla fine vuol significare che a Dio noi non andiamo mai da soli, che il credente  non si pone davanti a Dio da solo ma insieme: il credente si aggrega a una comunità visibile e invisibile con cui viene associata per celebrare l’unica liturgia del cielo e della terra.

Don Ignazio a questo punto ha indicato i criteri pastorali fondamentali per verificare la bontà del culto alla Madonna e ai santi affermando che il nostro culto e la nostra devozione verso di loro va imparata ed espressa ogni giorno e soprattutto la domenica dentro la liturgia e che se la Vergine o il santo non ci portano al Signore e al suo vangelo, che è altra parola per dire il nome di Gesù, non hanno adempiuto al loro compito e al loro ruolo. Se il culto e la devozione alla Vergine e ai Santi diviene fonte di divisione, di invidia, di concorrenza non è autentica. Essi ci devono portare all’ amicizia e fare parte della squadra dello Spirito quali soldati di Cristo sotto l’unico stendardo della Croce.

Soffermandosi sul termine devoto il relatore ha spiegato che essere devoti significa imitare il movimento di Cristo che è devoto di Maria e dei santi e viceversa imitare Maria e i santi su cui si riflette lo splendore del Crocifisso/Risorto. I santi in particolare sono visti come uomini peccatori che l’opera dello Spirito trasfigura nel volto misericordioso di Cristo.

Don Ignazio ha poi approfondito la relazione tra pietà popolare e liturgia, e richiamando l’Evangelii gaudium ha affermato che le sue forme sono una realizzazione dell’esperienza personale della fede e che in esse «si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi». A partire dal Concilio la tendenza generale era quella di sottolineare non solo il primato della liturgia, ma anche la sua autosufficienza. In una interpretazione più aderente ai testi conciliari, oggi si riconosce la possibilità e l’utilità di un reciproco influsso che fa dire a Paolo VI: «Lo stesso Concilio Vaticano II esorta, poi, a promuovere, accanto al culto liturgico, altre forme di pietà, soprattutto quelle raccomandate dal Magistero». Come si esprime il Direttorio su pietà popolare e liturgia, «liturgia e pietà popolare sono due espressioni legittime del culto cristiano, anche se non omologabili. Esse non sono da opporre, né da equiparare, ma da armonizzare».

A questo punto don Ignazio ha indicato i criteri pastorali di orientamento a partire dal principio “ecclesia semper reformanda”, che significa che è proprio della vita cristiana la necessità di conversione, facendo vera opera di fedeltà al Vangelo, visitando cioè tutte le forme della nostra pietà popolare e non solo quelle su Maria e i santi con la luce del Vangelo. Un modo: riprendere nella sua totalità il testo della “Marialis cultus” di Paolo VI per il culto della Vergine in cui si afferma che nelle forme di pietà popolare c’è bisogno di un rinnovamento che permetta di sostituire in esse gli elementi caduchi, procedendo ad una diligente revisione degli esercizi di pietà verso la Vergine.

Sottolineando poi la fecondità della pietà popolare verso la liturgia don Ignazio ha rilevato come ad esempio la pietà popolare celebra la memoria della Vergine Addolorata proprio al Venerdì Santo con chiaro riferimento della presenza di Maria ai fatti della redenzione, collegando così la figura di Maria al centro della Redenzione, cioè alla Passione del Signore. Non si tratta, come spesso si evidenzia, di una memoria mariana ma dell’associazione della Madre al mistero commemorato del Figlio, che in ogni caso resta e costituisce il centro delle celebrazioni popolari, facendo presente che non può che incontrare approvazione e suscitare soddisfazione la richiesta unanime dei liturgisti di introdurre nella liturgia del Venerdì Santo una memoria, sia pure sobria, della presenza della Madre Addolorata nella liturgia del Venerdì santo. Altro esempio l’Affrontata che nel Sud prolunga la liturgia pasquale. Dal 16 marzo 1971 la Congregazione del Culto ha permesso la celebrazione del santo incontro, come antifona o rito di introduzione alla prima messa pasquale: tale integrazione nel culto liturgico ufficiale è il riconoscimento ecclesiale del valore di queste tradizioni popolari. Il sogno di don Ignazio: che tutte le manifestazioni della pietà popolare, specie quelle della settimana santa, un giorno facciano parte della liturgia viva della Chiesa.

Gli ultimi due aspetti trattati da don Schinella, il primo: “la donna, la mafia e Maria” per evidenziare come anche nelle forme degenerative e deteriorate come il fenomeno della mafia è affermata la centralità della donna nella società calabrese, nel suo ruolo, ad esempio, di “vestale della vendetta” nel caso in cui il suo uomo o i suoi maschi siano stati uccisi. La centralità della donna rimanda chiaramente alla centralità della figura di Maria che ha un ruolo così centrale nel cristianesimo, ma al contrario della donna di mafia, perché chi conserva con sé l’immagine della Madonna o si reca pellegrino ai santuari mariani si impegna a legare la propria esistenza a quella di Maria, che testimonia e «ci insegna a considerare la vita come un valore sacro e intoccabile, sancito dal comandamento divino chiaro e inequivocabile: “Non uccidere”. Perciò chi contempla la Madonna con il Bambino in braccio si impegna necessariamente a proteggere la vita fin dal suo sorgere, restando estraneo a ogni aborto; è deciso inoltre a combattere il flagello della droga, che attenta alla vita di tanti giovani; rispetterà la vita dei propri simili evitando di farsi giustizia da sé; infine aiuterà gli anziani a concludere serenamente la loro esistenza, godendo fino alla fine del dono divino della vita». Soprattutto la verità evangelica della Vergine che sposa lo stile povero di Dio si erge contro l’idolo dell’avere che è a fondamento di ogni forma violenta della vita. La Vergine rimane la Madre dolorosa, la Pietà, dove Maria tiene il Figlio morto tra le braccia. Dolore che mai si accorda con le ingiustizie, eppure vive senza risentimenti, in attesa dell’ora del Risorto, anche quando il corpo del Cocifisso giace nel sepolcro.

E infine l’uso idolatrico/strumentale dei simboli religiosi e delle processioni. Tenere presso di sé santini e cose sacre non autorizza alla violenza e non é un’assicurazione di immunità ma impegno a condividere lo stile di vita delle persone rappresentate e la logica di vita propria del disegno di Dio. In particolare il santino di san Michele Arcangelo diviene un’icona del destino mafioso e del destino cristiano: proprio i giovani della mafia vengono “evangelizzati” che prima o poi finiranno per essere calpestati come il demonio sconfitto dall’arcangelo: o arrestati o ammazzati. Il loro destino è la morte e la menzogna. Mentre il destino dei cristiani è in ogni caso la vita, la capacità, come l’arcangelo, di spiccare il volo, di avere le ali della vita. In ogni caso, la forza di san Michele è a servizio dell’amore misericordioso di Dio, che ricorda all’uomo che “nessuno è come Dio” e “nessuno può usurpare il posto di Dio o giocare a scimmiottare la potenza di Dio”. Inoltre la personalità del santo esprime ben altra logica di quella mafiosa, quella evangelica non violenta, una forza per sua natura rivolta alla persuasione, alla promozione e alla conversione delle persone, ma intransigente nella condanna del male, senza concedere o autorizzare sconti a nessuno, né per chi commette il male né per chi possa trarne vantaggio. Logica questa vincente, più forte della violenza e della morte. E tutto ciò non viene smentito dalle pratiche cui possono ricorrere uomini e donne della mafia, quali sono qualsiasi atti esteriore di devozione o elargizioni benefiche che si traducono in atti irreligiosi, autentiche mancanze peccaminose contro la virtù della speranza.

Avviandosi alla conclusione don Ignazio Schinella ha affermato che tutti i credenti, in virtù del sacerdozio comune, devono essere i custodi della pietà popolare, a partire dalla partecipazione al mistero eucaristico, fonte della vita cristiana, che è partecipazione alla carità di Cristo. “Fuori del dogma e della celebrazione sacramentale – ha concluso – noi rischiamo di perdere la portata rivoluzionaria della fede, perché Cristo stesso, nel suo mistero di morte e risurrezione, è la carità, divenuta visibile nel suo gesto redentore”.

 

Rosario Rosarno

 

 


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