Per la prima volta la sala convegni della Casa del Laicato di Gioia Tauro è stata trasformata: “Nel giardino delle nozze”, dove è stato celebrato l’amore sacro e profano contenuto nell’antico Cantico dei Cantici, la cui lettura è stata messa in musica dal maestro Gianmartino Durighello. In una passionale e dolce cornice di altri tempi, le voci recitanti di Francesco Pellegrino e Maria Immacolata Luci, una coppia di sposi novelli, hanno interpretato i sentimenti “tormentati” dell’Amore tra Sulammita e Salomone e dell’Amore tra Dio e l’uomo, un Amore eterno. Ha avuto così inizio il saggio di fine anno della “Scuola diocesana di Musica per la Liturgia”, dedicato a monsignor Francesco Milito, in occasione del suo sesto anno d’ingresso vescovile nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, un modo per suggellare il rapporto dello stesso vescovo con la sua chiesa locale. «Shir haschirim», è stata la voce ebraica che ha introdotto la messa in scena delle Figlie di Gerusalemme e dei Fratelli di Sulammita, ossia, del coro e delle voci soliste, composto dagli allievi della scuola tra cui Angela Luppino, Antonella Agresta, Lucia Ioculano, Francesco Pignataro, Concetta Tomaselli, Maria Concetta Caccamo, Rocco Foti, Rita Deblasio, Loredana Condoleo, diretta dal maestro don Domenico Lando, i quali sono stati accompagnati nella loro prova dai musicisti Maria Pia Tassone e Michele Fazzari al sax, Stefania Tassone al flauto, Giusy Alessi, Antony Colosi e Marisa Di Gioia all’organo e pianoforte. Prima di entrare nel vivo del “Nel Giardino delle nozze”, il direttore dell’Istituto Superiore Teologico e Pastorale Giovanni XXIII, don Mimmo Caruso, ha salutato sua eccellenza monsignor Milito, sempre presente, con il suo segretario don Antonio Nicolaci, ed ha ringraziato i maestri Lando e Durighello, sottolineando che «ogni amore ha il suo compimento in Dio, ma non solo, ogni amore ha già in sé una dimensione sacerdotale, in quanto rivela qui oggi l’amore di Dio come amore sponsale», mentre don Lando ha ricordato che «l’amore di Dio è presente nell’amore umano e ne diviene il modello. Gli sposi nella carne sono i veri sacerdoti, in quanto con il loro matrimonio vivono il sacramento, diventano cioè segno visibile, mostrano a tutti l’amore di Dio come amore sponsale. Il sacramento infatti non termina il giorno delle nozze ma nella quotidianità della vita l’amore degli sposi ci mostra che l’amore di Dio per l’uomo è amore sponsale, amore fedele, amore di padre, amore di madre. Allo stesso tempo, per i cristiani, l’amore di Dio per l’uomo che culmina in Cristo diventa modello per l’amore umano», ed ha evidenziato che «l’amore dei sacerdoti è tutto proteso al servizio di questo sacerdozio comune dei battezzati, l’amore della vita consacrata è l’amore della fidanzata, è il sacramento che annuncia oggi nel tempo come ogni nostro amore si realizzerà compiutamente nelle nozze eterne alle quali siamo tutti chiamati». Nelle vesti di commentatore, il maestro Durighello è riuscito a trascinare il pubblico nei profumi che emanava il sensuale giardino, nell’ora della notte, nella stagione della primavera, nell’età dell’adolescenza, e soprattutto nella Pasqua, cioè, nella rinascita spirituale, e nell’amore di una fanciulla pervasa dall’amore sognato, dall’amore di un re, Salomone, alla luce del sole, del meriggio, prima e più che quello vissuto, il tutto in un linguaggio erotico della poesia amorosa che nulla sembrano avere di sacro. «Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino, come spicchio di melagrana è la tua tempia dietro il tuo velo. Il tuo collo è come la torre di Davide, costruita a strati, mille scudi vi sono appesi, tutte armature di eroi, i tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano tra i gigli». Scortato dalle note del sax e dall’arpa, Salomone, ha recitato queste profonde parole per dichiarare alla sua fanciulla quanto è bella. Durighello ha poi scandito i momenti delle nozze dal primo incontro al primo innamoramento, dalla stagione della semina allo sbocciare della vita, dalla primavera che è il primo mese dell’anno alla festa di nozze tra il sogno e la realtà, perché la fanciulla sognava di essere una principessa e che il re si sia invaghito di lei, e mandi a prenderla con il suo corteo nuziale, pur se la fanciulla è un giardino chiuso, Ortus conclusus. Durante, la recitazione finale del Cantico dei Cantici, improvvisamente, la musica si è fermata, gli strumenti e le voci sussurranti del coro hanno prodotto musicalmente il vento del deserto creando una suggestiva scenografia quella del corteggiamento notturno quando l’amato è andato al suo giardino ma l’amata ha ritardato ad aprire facendo un po’ la preziosa. Ed ecco il tema della ricerca che ha trovato il suo apice e il suo epilogo nel sigillo, segno di amore che è più forte di ogni avversità è più forte anche della morte. «Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo perché forte come la morte è l’amore», hanno cantato dolcemente i coristi in una clima primordiale. Infine, prima del taglio della torta per monsignor Milito, il coro della diocesi ha donato un altro omaggio musicale a monsignor Milito, cantando l’inno: “Caritas Veritas Unitas”, scritto dal maestro Lando in occasione dell’arrivo dello stesso vescovo nella nostra diocesi.

Saggio di fine anno “Il giardino delle nozze”
Kety Galati
Studentessa della Scuola di musica per la Liturgia
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